— Piuttosto io direi — corresse con mansuetudine il marchese cercando con gli occhi l'approvazione di Aquilino — che nei tempi nostri si è perduto la conoscenza della parola gentiluomo vero.

— Una parola medievale — disse la marchesa.

Ed Aquilino meravigliò vedendo che il marchese non rispose.

Ma poi gli entrò un gran triste pensiero, come una lacerazione nel cuore: «Oh, povero conte Cosimo, chi sa quanto doveva aver pregato quella prepotente signora per fare accettare lui, povero meschino sconosciuto figlio, come precettore! E tu non mi hai fatto capir niente!» Quanto avrebbe pagato per essergli per un momento vicino e, sì, proprio, baciargli la mano sua nobile.

*

Era venuta la buona stagione oramai, ma Aquilino aveva come il presentimento di un temporale sospeso nell'aria.

I serviti, a tavola, correvano anche con maggior fretta, e sùbito s'allungava lo spazzolone lieve a sgombrare le briciole; e la tavola veniva abbandonata, anche più in fretta, come un luogo di abominazione.

Aquilino sentiva, anche nella conversazione più insignificante, come uno stridere di contrasti, e stava attento e con paura.

Dal modo come mangiava, il marchese pareva un uomo di formidabile appetito. Avrebbe divorato, e non bezzicato.

Ahi ahi, si andava camminando verso la guerra coniugale, ed Aquilino sentiva di trovarsi in quel territorio di confine dove i due eserciti, marito e moglie, si incontreranno.