Capitolo XVI.
Nella tragica torre di Albraccà .
Ma un'altra volta che Aquilino era salito alla torre di Albraccà , trovò l'uomo di un umore diverso: non citò Orlando; non fece le lodi delle qualità amministratrici della marchesa, non citò nemmeno, io, marchese Ippolito di Torrechiara. O aveva bevuto la verità ad altre fonti, che alla bottiglia; o non aveva bevuto theologaliter; o forse aveva ragione la marchesa: «uno stravagante». L'uomo, essendo entro la verità , era fuori del liquido, entro cui sta immersa la vita: e per questo fatto i nervi rimanevano scoperti.
«Don Ippolito doveva essere â pensò Aquilino â uomo neurastènico.»
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Ben è vero che nei giorni precedenti, all'ora del pranzo â il solito! â proprio l'ora in cui la bufera infernal che mai non resta dovrebbe arrestarsi, era avvenuto fra lui e la marchesa un altro corto circuito: una cosa lieve, ma non perciò meno sgradita per lo stomaco, che in quell'ora non vuole seccature. E questa volta non era stata la parola lesso o arrosto, ma la parola virtus, in latino, che in italiano vuol dire virtù.
Malauguratamente, Aquilino era stato la causa involontaria del corto circuito; ma se quel benedetto uomo fosse ritornato ancora in campagna, o fosse rimasto nella sua torre di Albraccà , la cosa non sarebbe successa.
Invece era lì ad assistere alla lezione di Bobby, e andava su e giù per la stanza, un po' assorto, tirandosi i baffacci rossi, e ogni volta che passava presso Bobby, gli accarezzava il parrucchino.
Aquilino, a gran dilettazione del marchese, faceva andare Bobby, cavallino ben domato, svelto, svelto, giù per le declinazioni, su per le coniugazioni.