Aquilino ringraziò; ma no, egli non desiderava viaggiare. Se mamà fosse morta lì, oh, allora! Ma lì non c'eran ricordi. Anzi lo studiare quelle semplici cose con Bobby lo avrebbe distratto.
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Il conte Cosimo mandò una lettera molto affettuosa: e sarebbe venuto lui a confortarlo; ma non istava punto bene; e ne era prova che, come fa ogni bestia ammalata, si era rifugiato nel suo vecchio nido: una gran casa antica nella sua città .
Anche Bobby si mostrò gentile. Le pupille del giovinetto, alla vista del gran lutto del suo precettore, apparvero per la prima volta impressionate.
Guardava quel nero, come se quel nero fosse stato al contatto di una cosa di cui Bobby sapeva appena il nome: la morte.
Domandava con premura ogni mattina: «Come sta?» quasi che il male della morte fosse stato una specie di raffreddore.
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Ma Aquilino, che aveva deliberato di non recarsi più nella torre di Albraccà , vi si recava sovente. Non che il marchese Ippolito gli permettesse di parlare della sua cara mamma, e della sua casa che non era più!
Il marchese parlava sempre lui, e non ascoltava che le sue parole. Ma certi suoi aberranti ragionamenti gli addormentavano il dolore o parevano far scomparire il suo dolore in un più gran dolore.
Il marchese don Ippolito offriva anche da bere theologaliter, e questo pure era un bene.