Il rallentare dell'automobile, un rombo chiuso fra le case, avvertì che erano entrati nella città .

Oh la sua misera città ! I rari passanti si volgevano con lungo sguardo verso la grande vettura ondeggiante. Erano ancora quelle donne chiuse nel sciallo nero; era la stessa antica miseria, un po' indolente, un po' sudicia. L'automobile era una visione di forza e di bellezza in quell'inverno.

— Ci sarà , è vero, un caffè? — domandò donna Bà rbera.

Allora Aquilino si ricordò del caffè dei signori, dove timidamente entrava per comperare un'offella da un soldo. E indicò al conduttore.

Lì davanti al caffè si fermò l'automobile. Oh, quella bottega come adesso gli pareva misera, e come misera la gente! Fermavano l'ozioso passo; guardavano la automobile poderosa ed esòtica, le splèndide donne, le gravi pellicce stemmate, gli splèndidi fiori.

Come un cerchio di gente un po' per volta si formò attorno all'automobile.

Un bisbigliare, un mormorare sommesso. Le signore e Bobby lentamente discesero.

Scese anche Aquilino. Dentro l'invòlucro metallico dell'automobile, ferma, si udiva il motore che continuava con cupo rombo: i colpi si avvicendavano sincroni, potenti: un ammaestramento delle materie al cuore mal pulsante dell'uomo: «Se vorrai, o uomo, percorrere vittoriosamente la terra, vittoriosamente il cielo, così ferreo ti conviene pulsare, o povero cuore dell'uomo.»

Parve ad Aquilino che qualcuno in quella folla lo riconoscesse, che qualche dito si levasse verso di lui.

Un senso di orgoglio lo irrigidì. «Ma io non vi conosco! Il mio cuore pulsa come l'anima metallica dell'automobile.»