— Lo sono e basta! T'avverto che sto ancora imparando il saluto regolamentare: Si mette la mano.... Aspetta: ho qui in tasca il manuale: «si mette la mano di scatto alla visiera con le dita ben tese, e si batte un colpo di sproni in segno di omaggio». Ma questo poco importa. L'importante è che non mettiamo il piede in troppi falli. Ti saluto perchè, in settimana, partirò per Peschiera, «forte e bell'arnese», come tu sai.

Aquilino guardava con pupille non bene deste quella vigorosa giovane esuberante figura che offriva così largo bersaglio.

— Pare che tu veda in me un fantasma — disse il poeta. — Voleva andare a salutare donna Bà rbera, ma salutamela tu! Come mi sono divertito quella sera! Bada che è un'impresa quella di far uscire il senatore dalla sua sedia olìmpica! Diceva cose intollerabili; ma tutt'altro che dissennate.

— E allora perchè tu vai alla guerra contro i Tedeschi? — domandò Aquilino.

— Bravo! È quello che anch'io mi sono domandato. Perchè vado a fare le fucilate coi Tedeschi? Credi tu alla funzione storica della guerra? Io no! Le cose resteranno, su per giù, come prima. Credi tu che la guerra sia una cosa seria? Dev'essere una cosa seria, perchè vedo che si muore. Probabilmente non è che un'enorme sofferenza in tutti, orientata nella pazza insensibilità di pochi. Ma per il resto! Per mio conto, è una cosa da bruti. Credi tu agli eroi? Hai inteso il senatore: nomenclatura! con accompagnamento di musica, qualche volta. Credi tu alle democrazie, spegnimòccoli di ogni alta fiamma? Ci guardiamo come gli Auguri antichi, eh? Allora mi sai dire perchè io, perchè tanti altri andiamo a farci ammazzare? Trento e Trieste! Sì, bello, ma non è sufficiente ragione. La grande Italia? Mi accontenterei dell'Italia. Odio contro la Germania? Certo un odioso popolo di colossali formiche che vuol ridurre cicale, grilli, rondini a sistema di formiche. È un fatto che io vado ora in guerra contro il colossale popolo delle formiche. Bada però che anche questa non è una buona ragione per andarsi a fare ammazzare.

Un'umanità organizzata a tipo formica, pare il meglio agli occhi di tanti, anche non germanici. Oggi la gira così!

Homo, animal illògicus! Fa, disfà , rifà , e poi? Qualche cosa deve pur fare per consumare i secoli. Volevano, quei signori, sgrassare l'Inghilterra? Forse avevano ragione. E allora? Per me è una causa imponderabile. Chiamiamola Sacramento. Ma sarà bene non far guerra col Sacramento! E quello che io sento, mi pare che lo senta anche il popolo, perchè il popolo italiano è un popolo che se anche bestemmia, ha ancora della religione; e benchè il popolo d' Italia sia un po' straccione, è un popolo di cavalieri. E benchè l'Italia sia la patria del troppo eloquente Dottor Balanzone, molti vi sono in Italia che silenziosamente e virtuosamente òperano senza paura. Così è! Facciamo la guerra perchè siamo cavalieri, perchè abbiamo gentilezza. Semplicemente!

— E le Muse? — domandò Aquilino.

— Le Muse le ho ignominiosamente respinte. Esse ci hanno dilettato anche troppo! Però ieri sera ne venne una e per carità , su la punta della spada brunita, mi ha pregato di accettare questi due versi.

Ed il poeta in mezzo alla via, con voce di metallo, come batte la grandine, disse: