â No, caro, sùbito. Domenica verrai a prendere la zuppa con me, al ristorante, e allora ne parleremo.
Quando arrivò la domenica, Aquilino si vestì con tutte le regole dell'arte, che sino allora erano a sua notizia. Era quasi irreprensibile; e viene da domandarci perchè mai tutti gli uomini non siano, innanzi tutto, irreprensibili.
â Chi sa che bel pranzo ti farà preparare quel conte! â gli disse la mamma.
â Se mi riesce, ti porterò qualche cosa.
*
Il conte, dopo la minestra, non assaggiò che un pochino di dolce. Se avesse potuto, Aquilino avrebbe portato a casa quel bel mezzo pollo arrosto che rimaneva.
â Mangia, mangia, bimbo mio â diceva il conte â, e non badare a me. Quell'ala, va! mangiala pur con le mani: con il coltello vedo che non ci raccapezzi niente. Poi, sai? Se il pollo si mangia con le mani oppure col coltello, è ancora una questione insoluta.
Ma più che della prammatica del pollo, Aquilino era seccato dal cameriere: un cotale, lì del paese, di sua conoscenza, e un po' gaglioffo di professione, che d'estate, indossava il frac del cameriere nel grand'hôtel. Costui faceva mostra di servire Aquilino con degnazione e gli dava del tu, amareggiandogli tutta la dolcezza del pranzo. Che se non era il conte a tenerlo lontano con cenni e monosillabi, Aquilino paventava che il manigoldo gli mettesse la mano sulla spalla e gli dicesse qualcosa di sìmile a questa: Che bel pranzo abbiamo scroccato, eh, amicone?
Bastò infatti che il conte si allontanasse un momento, perchè colui dicesse ad Aquilino: â C...! Vi siete fatto aristocratico! Fate finta di non conoscere più gli amici. Eh, se anche hai quell'abito da moscardino, va! che siamo tutti e due figli della p.... miseria.
â Questo lo dice lei â soggiunse Aquilino. â Io sono, invece, come un uccellino, destinato, forse, a spiccare il volo.