E così dicendo, gli diede una manciatella di confetti, di cioccolatini, di quelli ravvolti nella stagnola d'oro e d'argento. Gli sonavano nelle tasche. Aquilino si voleva schermire, ma fu vano.

— E adesso te ne vai anche tu al mare, a sentire la banda, eh?

— È un po' tardi oramai, signore, e mamà non va a letto se prima non vado a casa io.

— Ma tu sei l'araba fenice dei figliuoli. Lavori anche?

— Studio, signore.

— Oh, guarda! e cosa studi?

— Il liceo, signore!

— Il liceo? — E colui corrugò le ciglia.

— Il liceo, sì: oh bella! Perchè mi guarda così?

E parve ad Aquilino che gli occhi di quell'incognito lo fissassero stranamente. Ma fu un attimo. Attinse dalle tasche altre manciate di confetti, e a forza li insinuò nelle tasche di Aquilino. — Così ne porti anche alla mamma che aspetta, vero? Oh, puoi accettare senza scrupoli. Io sono il padrone delle cose dolci: io vivo sempre in mezzo alle cose dolci.