Aquilino andò in cerca di quel poeta per domandargli un poco di bùssola per navigare. Sentiva di essere entrato in mezzo a correnti marine; e la sua navicella, benchè tanto innòcua, si trovava sotto minaccia. Fors'anche qualche mina subà cquea. Già ! La verità partorisce l'odio, e l'osservanza partorisce gli amici. Ma non sempre possiamo seguire le sentenze dei savî.

Trovò quel poeta di pessimo umore, e prima di farlo parlare di quello che l'interessava, lo dovette seguire per tutta la cucina del gran ristorante della letteratura combattente. «Guardate che pèntole! che intìngoli! E il pubblico, più la roba è sporca, più mangia. Ed io sèguito a fare dell'arte pura!»

«Dio, che male anche quello della gloria — pensava Aquilino — che muta in aceto quel poco di zucchero che ha l'uomo».

Forse era per questo che il vecchio bibliotecario soleva ripetere: Dòmine dà mihi nesciri

Santi numi, se tutti vogliono la gloria, come ci può essere posto per tutti?

Ma se Aquilino avesse cominciato questo discorso, chi sa dove sarebbe andato a finire! E perciò gli grattò un pochino di quella malattia, dicendogli che i poeti sono conosciuti, di solito, dopo molto tempo. Voleva dire, per non sbagliare, «dopo la morte».

Il poeta Emme era anche lui di questa opinione.

— Lei dice — domandò Aquilino — che il senatore non me la perdonerà più?

Il poeta Emme crollò la testa come un medico che fa una dià gnosi disperata. — Però senta: c'è un rimedio: donna Barberina l'ha mai spedito a sentire delle conferenze?

— No — rispose Aquilino, meravigliando.