— Oh, la spedirà ! Bene: il senatore deve tenere una sèrie di conferenze. Lei vi assiste, fa la relazione, e loda in modo particolare la grazia, il sentimento, il profondo intuito del bello.

— Cioè quello che non ha.

— Già ! E lo vuol lodare per quello che ha? Lei firma i soffietti e ci penso io a far pubblicare.

— Non mi garba, — rispose Aquilino. — E poi senta: io mi sono inscritto in lettere, perchè la marchesa ne ha fatta una questione. Ma scusi: è letteratura italiana quella che fa quel professore?

— Ma lei ignora il mètodo! Per il suo professore, la letteratura è scienza, e per uno scienziato studiare Dante o una tignola, appiccicata a Dante, ha la stessa importanza scientifica. Naturalmente così nascono più tignole che Danti dalla sua scuola.

— Quello che mi sta a cuore — disse Aquilino — è di non disgustarmi con la marchesa, almeno per due o tre anni. Dopo poi.... Ed io ho paura che quei miei discorsi dell'altra sera....

— Ma no! — disse il poeta. — Lei si imagini di essere un cavallo delle scuderie della marchesa. L'altra sera lei ha fatto un salto, un po' selvaggio, ma un bel salto. Glielo dico io che non ho l'abitudine di lodare, fatta eccezione delle belle donnine. La marchesa si è sentita lusingata; tanto più che lei era quotato un po' male. Oh, ma ora si è piazzato.

— Perchè quotato male? — domandò Aquilino — tutt'al più ero sconosciuto fra quei signori.

— Lo dice lei: lei vi era molto conosciuto....

— Ohimè! Ero illustre? E cioè?