O popolo d'Italia, vita del mio pensier;

O popolo d'Italia, vecchio titano ignavo,

Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo,

E de' miei versi funebri t'incoroni il bicchier.

ed altre, molto consimili di senso se non così di violenza, che sono voci nuove.

Non sono espressioni di poeta solitario od irato; e non sembrano nemmeno la voce d'un uomo solo: sembrano un grido fatale che muova dalla profondità della storia, quasi ultima strofa del carme secolare italico che palpita diffuso dai canti de' poeti che già vissero sotto il nostro gran sole.

Alcuno può ricordare le imprecazioni dantesche, i versi del Petrarca, ove chiama l'Italia «vecchia, ozïosa e lenta.» Sia pure; ma la storia è là a dimostrare come questa nostra patria seppe ne' suoi complessi elementi ringiovanire ancora, come per il fenomeno di una vitalità sorprendente seppe aprirsi la via fra infiniti ostacoli, e pur priva di unità politica, imporre alle circostanti nazioni l'unità del suo genio.

Speranza in una simile vitalità ci affida per l'avvenire? Così fosse! Ma fra l'esausta stanchezza di nostra gente e la maturità dei tempi e degli altri popoli vi è troppo dislivello così da sperare che quella possa dare l'impronta del suo essere a questi, o non piuttosto esserne assorbita e quindi distrutta in una più complessa e nuova forma di vita.

Tale presentimento di morte si diffonde come larga ombra su tutta l'opera del Carducci e dà alla sua energia l'aspetto di una difesa personale, appunto perchè Egli più di ogni altro sente di avere concentrate in sè le più nobili qualità del genio italico.

L'esaltazione che da ciò ne deriva è sublime e assolutamente logica.