Leviathan se ne era andato, e Fulai si trovò solo con questa disperata domanda: “Che cosa devo fare io?„.
Il polso batteva novantasette pulsazioni al minuto; e stare fermo, non poteva; e aveva un peso nel cervello, quasi ci fosse stato messo un contrappeso di piombo che tenesse per forza sbarrate le pupille, come nelle teste di porcellana delle bàmbole mettono un contrappeso di piombo perchè tenga sbarrate le pupille. “Via, andiamo in Biblioteca!„ Ma poi, quando si trovò all'angolo di via B*** e vide scritto in bronzo Biblioteca Nazionale, ebbe paura. L'idea di studiare gli dava avversione profonda, come ad uno scolaro negligente. Ma se prima gli era cosa tanto piacevole! Il suo tavolo verde, nella gran sala della Biblioteca, con tutti i volumi volumoni, volumini, era religiosamente rispettato. Era quello il suo regno, dove, al suo entrare, tutti chinavano la testa.
La sua scarpa scricchiolava signorilmente su la passatoia; un bisbìglio lusinghiero feriva talvolta i suoi orecchi: “Quello è Fulai„. Al suo tavolo, i distributori, cameristi silenziari, deponevano incunàboli, codici cartacei e pergamenacei. Ma quel giorno Fulai guardò con terrore i codici cartacei e pergamenacei.
Gli pareva di mettersi lo scafandro per calarsi a dieci, quindici metri di profondità; dieci, quindici secoli nell'oceano del tempo defunto: nel Dugento! Vedeva tutti i morti delle età morte, vivi: così come il palombaro vede i giganteschi cadaveri entro una nave naufragata.
Ma sino a quel giorno Fulai non aveva visto nel tempo che fu, che dei morti! Ora vedeva dei vivi. Allontanò con ribrezzo gli occhi dai libri.
Girò attorno gli occhi con gli occhiali d'oro.
Vide i soliti studiosi, vide i giovani studenti che studiavano devoti secondo le sue indicazioni. Lo studente A*** era curvo su la tesi di laurea su Le storie dì Alfonso del Barbicone; lo studente B*** (un pretino) collazionava con delicatezza le epistole latine che un tempo non eran di Dante, ma adesso tornavano ad esser di Dante; la studentessa C*** languiva su gli aurei trattati De Mascalcia.
Ma a Fulai non parevano studenti veraci; sì bene talpe. Scavavan cunicoli in fondo ai secoli per arrivare a rodere cattedre.
La studentessa C*** vedendo il maestro con gli occhi levati, osò alzarsi, osò accostarsi, osò domandare se era meglio dire gli itali petti, o gli itàlici petti.
Fulai non rispose: la guatò con occhi torbi e domandò: