Forse il gorgozzule....
Si sentiva stringere il gorgozzule; e uscì dalla biblioteca non con l'usato passo.
“Andiamo al tea-room.„ A quell'ora al tea-room c'è la contessa Bosis con la senatoressa D***. Esse prendono il tè con i petits-fours, o pasticcetti — come correggeva il professor Fulai. — Esse sono molto intellettuali e ammirano le arguzie del professor Fulai. Ma l'idea di dover stare fermo in quel salottino abbacinante di stucchi ed oro, stile Louis kenz (diceva la contessa; decimoquinto, correggeva Fulai), gli era cosa penosa come fare il palombaro nella Biblioteca. Quel lucido degli specchi e degli stucchi gli dava terrore: sentiva che non avrebbe potuto inghiottire i pasticcetti, o petits-fours (che per lui oramai era indifferente come chiamare) per effetto del gorgozzule.
Egli, Fulai, ritrovò allora se stesso che camminava frettolosamente per il gran viale deserto dei plàtani, fuori di porta. Ma non Leviathan, non la contessa, non la Biblioteca Nazionale erano le cose a cui pensava. La cosa a cui pensava, a cui solo pensava, a cui non poteva fare a meno di pensare era quell'idea turbinosa di essere idrofobo. “Io sono un professore idrofobo.„ “Ma è pazzia pensare così!„ diceva e faceva dire dalla sua ragione, arrestandosi ogni tanto. Ma non si arrestava l'idea turbinosa. C'era come un demonio spaventosamente logico che poneva davanti alla sua ragione tutti i casi delle possibilità, in quanto che “di una morte o di un'altra, non ti pare che si debba morire, professor Fulai?„ diceva quel demone.
Davanti a lui la doppia fila dei gran tronchi dei plàtani si perdeva nello sfondo grigio della sera cadente senza luce di vespero. I lumi della città si scorgevano dall'altra parte già lontani, come un'aureola di biancore, un riverbero delle luci elettriche. Ma egli era ben lontano dalla città! “Io sono corso sino qui come un cane randagio„ pensò. Un enorme ribrezzo lo colse a questo paragone che inconsapevolmente avea concepito. Volle tornare indietro; ma aveva paura delle luci elettriche della città come del buio fra i plàtani. Un lumino brillava davanti. Forse era il casotto dei dazieri. Sarebbe arrivato sino là. Avrebbe parlato coi dazieri. Ma il lume si faceva sempre più lontano: era un fanale che si moveva lentamente. Allora si sovvenne che quel viale conduceva al cimitero. Fanale, ferale, feralis! Radice: bar, fero, io porto: la bara! Un'orrenda mistura filologica. Si ricordò di quelli che non possono più dormire nel proprio letto, e vanno volontariamente a dormire sotto quei cipressi. Voltò, e si mise a correre disperatamente verso la città.
*
— Oh, ma lei, signor padrone, è tutto bagnato; lei è uscito senza ombrello, — disse Battista, quando il signore rientrò nel suo alloggio.
— Infatti, ho dimenticato l'ombrello: sparecchiate, Battista, perchè ho già pranzato in casa del senatore. Vi volevo telefonare, caro Battista, ma poi me ne sono dimenticato. Scusate, caro Battista.
Era la prima volta che Battista udiva caro davanti a Battista. Che stia poco bene?