E Fulai raccontò ancora:

— Il mio cervello era prima come un paesaggio svizzero, tutto mondo, tutto ordinato con cura; ma adesso è diventato un paesaggio su cui già passo l'uragano, la tempesta, la guerra, la morte. L'idea di morire arrabbiato ha sconvolto tutto ed in un modo indecente per un uomo rispettabile come io credo ancora di essere. Certo quel genere di morte per idrofobia deve essere orribile; ed io lo ho escluso, valendomi a un dipresso del ragionamento che lei ha fatto, dottore. L'idea un po' va, e poi torna. Torna con l'insistenza dell'antico demonio nell'animo degli asceti d'altri tempi. Dice: “Con permesso„. Ed è entrato già. “Guarda, mi dice, che anche Morgante che era un gigante, è morto per il morso di un granchiolino.„ Ma quella, dico io, è una fola di Luigi Pulci. “Sì, è vero; ma non ricordi nel Giornale del Vespero quel bel racconto di tanti anni fa di quel signore americano che morì idrofobo per una carezza di un suo cagnolino?„ Ma è una combinazione dell'uno sul milione. “Sì, hai ragione: tu probabilmente non morirai idrofobo. Però ammetti, Fulai, che di una morte devi pure morire!„ E questa idea mi si annida allora nel cervello e non se ne vuole più andare.

Ma v'è di peggio: tutti i miei placidi libri mi incutono un'idea spaventosa del tempo. Dante è un abisso, e mi fa paura. I codici del Dugento mi incutono terrore.

Io vedo il tempo materialmente: lo vedo in forma di un abisso senza fondo. Me ne sta davanti la spaventosa etimologia: tempo, cioè l'andata senza fine, l'eterno che tutto assorbe. Gli uomini hanno immaginato certe eleganti divisioni del tempo, cioè evo, cioè le ore, le olimpiadi, le calende, i mesi; come in certi edifici si mettono dei diaframmi per evitare il capogiro guardando in giù: ma in realtà è tutta una continuazione; e l'abisso rimane. Questi versi del Leopardi, che prima leggeva indifferentemente:

E mi sovvien l'eterno,

E le morte stagioni.

adesso mi dànno un senso di raccapriccio. Come faceva quel ragazzo del Leopardi a scrivere queste spaventose cose senza morire?

Era un gran pazzo o un gran savio? Era fisiologico o era patologico, Leopardi? È fisiologico l'essere o il non essere? Se non fosse questa mia lingua bianca e questo mio polso convulso, direi che è fisiologico non essere. Quel coniglio! La mia vita è quel coniglio!

Il gran vecchio sorrideva. Come faceva piacere a Fulai quel sorridere che pure era derisione delle sue parole!

— Caro collega, — disse, — la nostra scienza terapèutica va poco più in là di un purgante e di un calmante. Bene io vorrei violentare certe leggi di natura; eppure anch'io, come il più modesto dei sanitari, non ho a mia disposizione che un calmante o un purgante. Ma nel suo caso speciale, abbiamo un rimedio a sua disposizione: visiti ogni tanto il suo coniglio. Già che l'amico dottore ha fatto il male di farlo innestare, faccia la penitenza di farglielo visitare.