Ora per cause tuttora ignote, nel tardo autunno del detto anno, i topi avevano invasa la biblioteca; quella del primo piano verso giardino; e questa cosa era preoccupante.
Feroci, inafferrabili, questi malvagi topi avevano perpetrato guasti notevoli. Un incunàbolo — ad esempio —, l'Ars Moriendi, con rarissime silografie di Lorenzo Coster d'Harlem, era stato rosicchiato. V'era poi il topo burlone, che era andato a mettere il nido proprio dentro l'armadio della camera da letto del signor Professore, e da mezzanotte all'alba, durava con uno sgretolamento così tenace che a giudicare dal fracasso doveva essere un bestione come il gran Maligno. Durava tutta la notte quel lacerante rumore, e se per caso cessava, ciò non avveniva che per un raffinamento di crudeltà: appena il signor Professore si assopiva, e lui ricominciava.
— Che ne dite, Battista, della mia congettura che sia lo stesso topo che ha deturpato le silografie del Coster?
Molto egli odiava codesto topo, quasi come odiava quei falliti che chiamavano lui topo di biblioteca; perchè il professor Fulai era gentile sì, ma velenosetto.
Che se egli stava nelle biblioteche ed archivi, — come del resto il chimico sta nel gabinetto e l'astronomo nella specula, — non si pensi per questo che egli fosse come uno di quegli antichi nostri arruffati umanisti che si diceano intenti a risuscitare i morti. Fulai era, anzi, mondanetto, nè privo con le dame di amàbili arguzie: tutt'al più riusciva ad addormentare i vivi.
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— Battista, — diceva al suo fidato domestico, — questa invasione di topi è preoccupante. Nell'armadio vi deve essere poi un enorme mus decumanus.
— Signore, — diceva Battista, — la gatta della portinaia ha figliato. Mi sono fatto tenere due micini che ancora prendono il latte. Attenda qualche giorno, e poi vedrà che il solo odore del gatto manderà via i topi.
— Voi credete?
— Certamente, e intanto provvederò con qualche trappola.