Ninì era un caro giovanetto di circa dodici anni, che studiava la terza ginnasiale, ed avea una testa soave e bionda di antico paggio; e per questa sua dolcezza e perchè quel vezzeggiativo sembrava tener presente ai genitori la memoria dell'indimenticabile infanzia, così ancora seguitavano a chiamarlo Ninì.

Il babbo di Ninì avea nome Alberto e teneva uno studio ben avviato di notaio in città, e però quasi tutte le mattine vi si recava con la diligenza che passava proprio davanti alla Villetta Rosa, e sul far della sera con la medesima diligenza — la quale poi proseguiva per l'alta montagna — se ne tornava in quel suo riposato soggiorno, non senza portar seco insieme ai rogiti un cartoccio di biscottini con le mandorle, o de' pasticcini appena sfornati nell'unica offelleria della città.

Ninì era felice di quelle ghiottonerie e il babbo godeva più del figlio a veder la festa che gli faceva il caro bambino.

In quell'anno, a rendere completa la felicità di quella famiglia, era sopraggiunto un quinto personaggio, che persona a vero dire non era, ma era trattato con tutti i riguardi come fosse stato vivo e con i suoi sentimenti: voglio dire una bicicletta che non poteva essere che la bicicletta di Ninì.

Ecco come era andata la cosa:

Nell'inverno ognuno di casa avea potuto osservare nel ragazzo un'insolita melanconia. Quale ne poteva essere la causa? Nessuno riusciva a capirla. Pareva distratto, a spasso si volgeva qua e là con improvvisi sussulti.

— Ma che cosa può avere questo figliuolo? — si domandava non senza pensiero il signor Alberto.

— Sai tu che cosa ha? — gli disse un bel giorno che erano a tavola, la signora, — non l'hai capito ancora? Ci vogliono le mamme per capirle certe cose: Il signorino vuole la bicicletta....

Ninì diventò rosso come se gli avessero scoperto il nome dell'amante, si confuse; diede in uno scoppio disperato di pianto.

— Eh? tantus amor? — sclamò il signor notaio, sorpreso e commosso a quella infrenabile passione. — L'avete nel sangue la bicicletta? Ma saprai andarvi?