Così rispose la mamma, la quale per Furio rappresentava (oh, povere mamme!) qualche cosa di eterno, di eterna e immancabile difesa, sempre e per qualunque male; mentre l'Ida era cosa fuggevole e tanto divina che tutti, in suo pensiero, gliela doveano contendere.
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Ora bisognava pensare a vestirsi in modo da far bella figura, ma pur troppo la volontà di Furio non era pari ai mezzi, ed è facile capire perchè. Egli aveva bensì la sua assisa di collegiale, ma non corredo di abiti borghesi. Ben si sa che per un collegiale è grande ambizione nelle vacanze pavoneggiarsi con un bel vestito civile. I genitori di Furio in quell'estate, cedendo alle preghiere e alle promesse, avevano accondisceso a fargli fare un abituccio da estate. Era di una lanetta chiara e leggera che per l'agosto poteva andar bene, e aveva fatto buon servizio per tutta la stagione, fedel compagno sì al mattino come alla sera in cui la più parte della gente galante vestiva di scuro. Ma verso i primi di ottobre con quell'arietta fresca che odorava di pioggia vicina, il servizievole abito era troppo eloquente testimonio di onorata povertà! La catena del babbo, la borsetta da viaggiatore, le uose, il colletto e la cravatta nuova furono ammennicoli che non valsero a rimediare il difetto dell'abito. “Avessi almeno un soprabito da mezza stagione!„ gemeva il giovinetto, e fu per un istante in procinto di prender con sè il grave cappotto nero del collegio. Ma bisognava staccare alamari, filettatura, e invece urgeva l'ora della partenza. Convenne dunque far di necessità virtù e così vestito come meglio potè, Furio, poco dopo, era pronto per la partenza.
— Mamà, mi dai un po' di soldi? — chiese timidamente, e avutili, scappò di casa facendo le scale a quattro gradini per volta, e quando fu in istrada diede un'occhiata a quelle finestre da cui poche settimane innanzi al raggio delle stelle e della luna la bianca, la cara fanciulla cantava: “Spirto gentil de' sogni miei„ e “Alfredo, Alfredo, di questo core„ con quella voce innamorata che gli faceva venire i brividi come squillo di tromba e destriero di battaglia.
Povera finestrella! era chiusa! Ma si aprirà un altr'anno quando verrà l'estate e lei tornerà al mare. Ma fra quest'anno e quello venturo c'era un abisso: l'ultimo anno di collegio. Il terribile professore di matematica, il rettore prete del collegio, il preside, i prefetti crudeli passarono alla mente di Furio come una visione terrorizzante.
Ohimè, nel vasto mondo dove c'era l'Ida, c'era anche il preside e c'era il collegio: combinazioni inverosimili e pur vere!
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Ci faceva una magra figura Furio nel carrozzone di terza classe fra quei sonatori che strepitavano come indemoniati, mentre egli, guardando il cielo grigio da cui gemeva la pioggia, pensava, come a un sogno, che quella sera avrebbe veduto l'Ida: forse avrebbe potuto sfiorare con un bacio le labbra di lei. Cose da impazzire!
Scesero a Savignano che piovigginava.
Montarono tutti in una giardiniera scoperta, tirata da due cavalli magri. Pioveva ora davvero e tutti si erano stretti sotto l'ombrello di Furio, cantando a squarciagola.