Gli eroi in quel giorno non cavalcarono.

Anche il dì seguente Lia non venne. Passarono tre giorni e uno scolaro, entrando, mi disse: “Lo sa? lo sa? La signorina ha preso il tifo.„ A giudicar dalla voce, questa pareva una novità piacevole agli scolari, o almeno un argomento ad una discussione vivace. Alcuni sostenevano che Lia sarebbe morta perchè di tifo si muore sempre, altri che Lia sarebbe guarita, ma non sarebbe più venuta a scuola, perchè alle donne col tifo tosano i capelli e poi diventano stupide. “Stupide?„ “Ma sicuro: vuoi che non lo sappia io? — diceva uno. — Mi è morta prima la mamma di tifo, poi una sorella che era a punto diventata stupida.„

Lo sai tu, Astese, come avvengano certe strane cose? La notte me la vidi in sogno che mi chiamava e mi diceva: “Perchè non vieni? Non hai capito che questa bambina ti vuol bene e ti vuol vedere prima di morire?„ Era la Lia bambina che diceva queste parole con la voce e il sentimento di una donna. Piangevo io veramente nel sogno, e il giorno di poi mi feci animo e mi azzardai di passare il cancello di questa villa, piano, e quasi con devozione. Nell'anticamera, sull'attaccapanni, c'erano ancora il cappello scuro e la mantellina, e sul tavolo il pacchetto dei libri non ancora disfatto.

“Sta male, tutta la notte ha avuto il delirio, ora riposa un pochino;„ così mi disse il babbo, e siamo entrati piano, in punta di piedi nella sua stanza. Si sentiva come un odore di febbre maligna, poi la distinsi nella penombra e l'ho veduta: ma quando l'ho veduta nel suo lettuccio, terrea come una morticina, quasi rimpicciolita, con le labbra nere e i dentini neri, le pupille chiuse e la borsa di ghiaccio su la testa, mi sono sentito un freddo passare per dentro il cuore, come avessi sentito battermi da vicino le ali della morte. Si parlava pian pianino a fil di voce perchè pareva sopita: si vedeva il corpicino sotto le coperte con le braccia e le gambe distese come se la avessero già composta così per portarcela via. Ad un certo punto vedemmo le sue palpebre che si levarono su con fatica come ci fosse stato sopra un peso: fissò, mi fissò e mi riconobbe: allora stirò le labbra come per sorridere....

Quando ogni pericolo fu scomparso — e vi furono, credi, dei giorni angosciosi — io diradai le mie visite e finii col non venire più. Furono loro a pregarmi di ritornare: “Lia è così sola, si annoia, la venga a trovare;„ ed io tornai.

La trovai seduta su di un seggiolone: portava una cuffietta bianca sotto cui si allungava un visino pallido e smunto. Stava benino, ma aveva una gran fame. Quell'anno era caduta molta neve, e tutt'intorno era bianco: ora Lia per distrarsi faceva mettere sul davanzale tante briciole di pane e stava a guardare dai vetri tutti quei passeri che venivano a beccare. Si erano dimesticati a quella cuffietta che li guardava dietro i vetri, così che i nostri colloqui erano interrotti dal crepitar della legna sul caminetto e dal cinguettio degli uccelli che parevano parlare della primavera vicina. Diceva Lia: “Sa cosa dicono i passeri? Dicono così: Vedrai, Lia, quando tutti i pioppi avran la verdura, noi ci appenderemo i nostri nidi e ti pagheremo il pane che tu ci dai con tante belle cantate. E mi raccontano tutto quello che loro vedono volando e mi dicono ancora: Lo sai, Lia, che lontano da qui, in un cantuccio che sappiamo soltanto noi, dove batte bene il sole, è nata di già una margheritina? Lo sai, Lia, che stamattina, quando tu dormivi ancora, il sole è nato presto, presto, con una bella luce....? oh, verranno i bei giorni!„

Io passava molte ore con Lia; qualche volta rimanevo a pranzo: da principio io le parlava un po' della scuola — lasciando però da parte gli eroi — dei libri, di cose da bambini, insomma; le davo dei savi consigli; ma poi un bel giorno mi accorsi che i rapporti fra me e Lia erano mutati, come era mutata lei, perchè la bambina veniva scomparendo sotto quella cuffia, e con meravigliosa metamorfosi appariva la donna. Da principio era lei che al mio apparire si voleva alzare in piedi, e adesso era io che quasi mi inchinavo e dicevo signorina, e lei mi porgeva la mano con il sussiego di una dama. E mi comandava: “Mi fa il piacere, mi dà quella scatola? quel ricamo? Sia buono, mi aiuti a dipanare questa matassina!„ E si faceva anche servire, e una volta si mise a ridere e a chiamare: “Mamma, mamma, vieni a vedere come fa il signor Leuma a sbattermi l'uovo!„

Allora cominciai io a trovarmi impicciato anche nella scelta dei discorsi, e pensai bene di ricorrere con più metodo alla grammatica, alle regole, alla scuola. “Oh, ma insomma, glielo devo dire? io di questa roba qui non ne voglio più sapere, — mi disse; — mi porti qualche bel libro, mi legga qualche bella cosa.„

“Non vuol dunque studiare più, signorina Lia?„ domandai con mansuetudine.

“No, no, io ne so anche troppo.„