— Corpo di bacco: una magnificenza! — disse Astese fermandosi su la soglia.
— Venga, ma venga avanti! Adesso lui non c'è in casa e possiamo essere sicuri.
Era una grande stanza arredata con austerità di cuoi, di tappezzerie e di mobili antichi di non dubbio valore: una stanza da studio che la avrebbe invidiata un sognatore e un poeta, e che nessuno avrebbe sospettato in quella villa alla buona. La tenue luce passando attraverso le tendine di seta rossa, si rinfrangeva su le ricche masserizie in un raccoglimento pieno di pensiero e di bellezza. In uno scaffale di antica foggia stavano disposti molti libri legati in cuoio ed oro, e presso il balcone era un tavolo massiccio sagomato a liocorni con ricchissima suppellettile per iscrivere, e un'erta sedia a bracciuoli con borchie e cuoio. Ma per temperare l'austerità del seggiolone, faceva grazioso invito al sogno ed al riposo un mobile che Catullo avrebbe chiamato torus lucubratorius; in linguaggio moderno, una dormeuse a fiordalisi.
Quadri, acqueforti, due statuette di bronzo, vasi di vivi fiori, stoffe e ricami di puro lavoro ornavano le pareti.
— Bellissimo, da senno, — disse Astese, — ma io non capisco che cosa abbia da fare questo studiolo, degno di un letterato francese, con la infelicità di vossignoria, sposina Lia.
— Lei capirà subito, signor onorevole: guardi! — e in così dire Lia passò la palma della mano sul tavolo e poi la squadrò aperta davanti al volto dell'onorevole Astese: — Ci guardi ben bene; polvere! oh, ecco qui la penna: La vede? arrugginita! E non basta: qui sul tavolo c'è una ragguardevole sommetta fra romanzi moderni, poesie moderne e riviste: tutta roba che faccio venire io per Leuma affinchè i libri gli sieno di compenso in questa solitudine della campagna, anzi, stando a quello che mi propongono i librai, dovrei spendere molto di più, perchè di novità ne vengono fuori tante.
— Questo lo credo.
— Già, ma bisogna fare il passo secondo la gamba, come dice la mamma, che è lei che mi dà i danari. Ora, come vede dalla polvere, dalle pagine non tagliate, dalle fascette intatte dei giornali, Leuma non si occupa più di studi; tutti questi bei libri lo lasciano indifferente: la gloria, o per lo meno la rinomanza, sia pur fuggevole, ma certo inebbriante per quel tanto che dura, è passata su queste pagine: ma Leuma pare che non se ne accorga o la disprezzi per arte. Egli nella scuola mi parlava di eroi, mi diceva che l'uomo deve lasciare su la terra un segno del suo passaggio, se no è come un bruto; ed ora che mi ha sposata, tutto questo mondo di eroi e di gloria è scomparso, è morto: dico morto; non se ne parla più, più! Legge poco, e scrive ancor meno, non dico versi, ma nè anche di prosa. Ora per un uomo giovane che ha sempre avuto inclinazione a queste cose (e lei con le sue parole mi ha confermata in tale credenza) non è per lo meno strano questo abbandono per tutto ciò che possa ricordare i trionfi dell'ingegno? me lo dica lei.
Lia, così dicendo, si sedette su di uno sgabello chinando il capo, e Astese pure si adagiò sul torus lucubratorius.
Astese, contemplandola, pensava che sebbene egli non fosse mai stato poeta come Leuma, pure si sentiva l'animo per quell'adorabile donna di comporre tante canzoni e sonetti da disgradarne messer Francesco Petrarca, e, cosa ben più difficile, da ridurre in rima i discorsi più lunghi ed acerbi al buon senso e alla grammatica dei suoi onorevoli colleghi. Ma comprendendo che l'infelicità di Lia potesse avere fondamento sul vero, e non volendo d'altra parte scoprire più in là che ella non scoprisse, così si accontentò di confermare le parole di lei dicendo: