— Sempre vivo? — domandavo.
— Sempre vivo, figliuolo! — rispondeva la cara mamma.
*
Quella bestiolina mi richiamava alla memoria cose dolci e svanite di molti anni fa. Quel passero io lo avea raccolto nove anni prima in una città lontana. E fu così: Una sera d'aprile, camminando lunghesso le muraglie, sento cadere qualche cosa davanti a me. Era un passero da nido, ancora implume, caduto giù dal tetto inavvertitamente.
Lo raccolsi, lo nutrii, lo curai.
Visse.
Nella città lontana, dove allora dimoravo, nella stanza sola, mi teneva compagnia. Ricordo: c'era un corridoio con molte vetrate battute dal sole. Il passero stava nel corridoio e lo percorreva tutto in cinque o sei salti. Ricordo ancora: cadendo dal suo nido, certo si era rotta una zampina: io gliel'avea curata, ma era rimasta contorta.
Un giorno ritornai al mio paese e portai il passero a mia madre: ella ne ebbe cura; io me ne dimenticai. Altre cose si dimenticano oggi! Pure ogni volta che dalle mie peregrinazioni ritornavo a casa, domandavo:
— È vivo?
— Vivo quel rusticone, — rispondeva la cara mamma. E al mattino cullandomi nel sonno come avviene di chi dopo lunga dimora altrove si compiace del letto e della casa paterna, udiva uno starnazzar di alucce, un — ci, ci! — breve. Certamente era il sole che andava a visitare quella sua creatura prigioniera, o era lei che intuiva la luce d'oro per naturale senso di amore.