IL CUORE DEL PASSERO.
Io non lo negherò menomamente.
Ogni volta che tornavo a rivedere quella vecchia mia casa, il passero chiuso nella gabbietta, sul grande muro giallognolo della scala interna, per me rappresentava qualche cosa di sacro per la dimora, quasi come il quadro dello squallido Cristo che pendeva sotto la gabbia.
Il passero era una specie di deus indiges vivo, di piccolo genio domestico, sebbene poco canoro. Qualche trillo ogni tanto: ci, ci! ogni tanto quando il sole giungeva con la sua freccia a saettar di oro la vecchia gabbia: ci, ci!
Il sole si alternò con le nevi dell'inverno: l'autunno doloroso, pieno di morte cose, declinò per il fuggitivo anno. Poi le tenui parietarie che coprivano il muro dell'orto, si confortarono di verzura e di fiori al tempo novello.
Di giugno la madreselva olezzò: i grappoli odorosi caddero come cadono le più durevoli cose. Questa vicenda era avvenuta nove volte, cioè nove anni si erano fuggiti da che il passero pendeva alla parete.
Ogni tanto, nel silenzio della casa, si sentiva uno sgretolio: era il passero che sgusciava il chicco di miglio o la sementina secca del melone.
Ogni volta che io ritornava a casa da lontane città (triste oggi e laboriosa, oltre il volere di natura e di Dio, si è fatta la vita) non potevo a meno di chieder novella del vecchio passero nella sua gabbia.