— Allora favorisca dirmi dove posso montare....
— Se crede, faccio attaccare una carrozza, onorevole.... — gli andava dicendo dietro il capostazione.
— Manco per sogno: monto in seconda....
E il capostazione stesso gli aperse uno sportello di seconda classe con un: — qui, passi qui: c'è posto; — e sospinse su l'onorevole Astese, che era proprio lui ed era assai impicciato perchè avea il plaid, la sacca da viaggio, il portafoglio curiale, il bastone, l'ombrello, la spolverina e la testa fuori di posto che è il peggio bagaglio. Era stato chiamato a Modena per una grossa causa di fallimento. Era giunto al mattino: avea perorato, avea quasi vinto. Avrebbe così potuto dire come Cesare: veni vidi vici: cosa che ad Astese accadeva di frequente. Questa volta interruppe la vittoria un telegramma del Presidente del Consiglio che lo chiamava d'urgenza a Roma per il voto di fiducia.
— Parto, ma giuro, signori, — diceva ferocemente ai clienti che ritti sull'andana lo ossequiavano, — giuro che fra tre giorni, al mio ritorno, se non pagano, porteremo via anche i chiodi. Cosa? Non ci sono i danari? Oh, li faremo venir fuori noi....!
Lo schianto del treno, partendo, lo fece cader giù sul divano. Poco dopo, i chiodi, la ferocia, la causa fuggivano via dal finestrino insieme al fumo della sigaretta. Queste gravose cose egli dava ad intendere che le portava seco; ma nel fatto le lasciava presso i clienti.
Quando i vapori della concitazione avvocatesca cominciarono a dissiparsi, vide uno che lo guardava come se lo volesse conoscere.
Diede un gran salto e gridò:
— Tu sei Leuma, tu sei!
— Tu sei Astese, — disse un bel signore giovane, il quale aveva un'elegante barba nera e quadrata. Ma nel dire queste parole le gote arrossirono e gli occhi, assai dolci, presero un'espressione di imbarazzo e quasi di timidezza: rossori e timidezze che quella barba virile avea la missione di nascondere.