Ma Astese non se ne accorse: gli si buttò a dosso, lo baciò con certe espressioni d'amore, famigliari su le lagune di Venezia, che gli erano rimaste in fondo della memoria dal tempo del collegio; le quali se convenivano a Leuma, quando era adolescente, disdicevano a Leuma con quella barba nera.

Leuma sorrise e si vedeva che cercava di parlare anche lui a pena fosse cessata la tempesta delle domande e delle carezze.

Allora un sottile scoppio di risa si udì, benchè fosse assai sottile e come represso, il quale però ebbe la virtù di fermare le parole di Astese e fargli volgere gli occhi dalla parte da cui veniva quel riso motteggiatore. Gli occhi di Astese si incontrarono in due altri occhi incantati su di lui come su di un saltimbanco, ed appartenevano al volto di una giovanetta di fine e commovente bellezza.

I quattro occhi si fissarono per un istante, e quelli dell'onorevole Astese si sarebbero certamente corrucciati e le parole avrebbero detto: “Signorina, lei è un'impertinente!„ ma quegli occhi esprimevano una meraviglia così pura e quel volto era così adorabilmente giovane, che Astese non increspò il sopracciglio nè disse parola.

La signorina capì nondimeno d'aver fatto male, si voltò subito dalla parte del finestrino e pareva molto confusa: e un signore di mezza età che le sedeva di fronte, le battè su le ginocchia e fece segno col capo, come a dire: “Via, così non sta bene!„

Leuma approfittò del silenzio per dire: — Amico mio, noi siamo arrivati oramai.... È un peccato doverci lasciare....

— Arrivato? lasciarci? ma nè pur per sogno, — disse Astese.

— Ma io non posso proseguire, — disse Leuma con imbarazzo.

— Ma mi fermo io, tesoro. Il Ministero farà a meno del mio voto: non sarò certo io quello che terrà su la baracca....

— Già, tu sei deputato.... non ci pensavo nè meno più, — disse Leuma; e lo disse timidamente, come se questo pensiero lo ponesse in condizione di evidente inferiorità.