— Ma perchè se sapevi che io ero deputato e tante altre cose di me, non mi hai mai scritto? e io che ti cercavo per mare e per terra!
— Perchè? — rispose Leuma con non so quale amarezza — perchè io sono rimasto troppo ignoto.... Tu invece....
Il treno intanto frenò di botto: ed egli, Astese, raccoglieva le sue cose, che urtate e mal prese, balzavano dai sedili come malvagi spiritelli.
Scesero che ne ebbero a pena il tempo, e il treno avea ripreso la sua corsa verso le tenebre che velavano oramai l'emisperio d'oriente, mentre l'occidente si incendiava al passaggio del sole. Era una piccola stazione perduta nella pianura, e quando si spense il fragore del treno, ben si sentì il canto dei grilli e si sentì odore del trifoglio falciato, il quale metteva nell'aria un'indistinta frigidezza di verde e di viole.
Allora Leuma, levando il braccio, disse sorridendo:
— Io ti presento, Astese, mia moglie e il mio buon suocero: non l'ho fatto prima perchè tu me ne hai tolto il tempo; — e indicava ad Astese il signore e la signorina che erano nel treno e che pur essi erano discesi, nè Astese vi avea posto mente. — E questi è il mio amico, l'onorevole Vittorio Astese, di cui vi ho parlato tante volte; — proseguì quando Astese si fu levato dal profondo inchino che per la sorpresa gli avea fatto cadere gli occhiali dal naso; un naso sottile e gibboso che gli tagliava il volto olivigno: un naso dove gli occhiali aveano una base resistente a tutte le scosse oratorie. E pur questa volta erano caduti.
A quel residuo di vanità che rimaneva ad Astese a dispetto della sua grande saviezza, parve che la signorina, o per dir più propriamente, la signora rimanesse a bastanza indifferente davanti all'onorevole personaggio; ma guardava ogni tanto verso un viale di alti pioppi dal cui fondo ora spuntava una timonella e si udiva la sonagliera del cavallo.
Quando arrivò la timonella, caricarono le valigie, presero posto e si avviarono di bel trotto pel lungo viale ove i raggi del tramonto traversando l'una spalliera dei pioppi, saettavano l'altra di languide frecce.
Astese, seduto davanti alla sposina, si era acquetato e pareva come assorto nella strana combinazione che lo metteva di fronte a quel volto infantile, invece di trottare verso Roma per recare aiuto al cadente Ministero. Ma ecco si scoprì la facciata di una villetta. Davanti al cancello v'era una signora con una fantesca che avea un bambino in braccio: il bambino, appena vide la carrozza, cominciò a alzar le mani, e subito la sposina spiccò un salto dalla carrozza giù verso il piccino senza badar a nessuno. “Ocio, che la no casca!„ le disse dietro l'onorevole Astese, spaventato a quel salto mentre la carrozza era ancora in moto. La signora, che era la suocera, accolse l'amico di Leuma con belle parole e con quell'accento emiliano pieno di umili inflessioni che hanno sol di per sè un suono di natia gentilezza italiana. Ella non d'altro si meravigliò se non che Astese fosse deputato, giacchè i deputati se li imaginava mica giovani e neanche così alla buona.
— Ma scusa, — disse finalmente Astese fermando Leuma per un braccio, quando furono saliti al primo piano nella stanza ospitale destinata all'amico, — anche quel bambino è proprio tuo?