D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Non lessi e chinai giù il capo. Ora io non descriverò come i fantasmi di una passione, la quale già fu, possano insorgere e circondare, simili a guerrieri armati: ma soltanto dirò che numerose imagini movevano da quella targa, da quella casetta, da quel palagio e mi opprimevano di uno spasimo che le parole son corte ad esprimere.
— Adesso è tanto che è morta! — disse il giovane con timidezza, quasi per confortarmi, e parea rimorso di aver ricordato cose che mi aveano dato dolore. Ma io allora mi sciolsi in fretta da lui, che rimase assai meravigliato, e in fretta entrai nella chiesa di Montemorello che è lì di fianco: mi venne giù una gran quantità di lagrime. Mi inginocchiai e mi sentii il bisogno di pregare non so chi nè perchè. In quell'ora mattutina la chiesetta era deserta. Ai lati del presbitero due banchi portavano la scritta Gentis Leopardæ. Gli occhi dell'anima mia vedevano il giovane poeta esangue, in compagnia della sua austera famiglia, immobile, col bavero del ferraiuolo alla bocca. Si levava l'ostia consacrata fra gli incensi. Tutti si chinavano. Egli pensava invece ad Arimane potente! Ed anche per questo pensiero seguitai a lagrimare. Ora a mente calma le trascrivo queste cose e senza vergogna, benchè sappia che se queste parole dovessero cadere sotto gli occhi di alcuna persona savia alla maniera moderna ne avrei mala ingiuria di anima guasta e offesa.
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Quelli che studiano ed amano il Leopardi e hanno letto di lui, della sua famiglia e della sua giovinezza tante cose, faranno bene, se queste cose vogliono fissare in modo conforme al vero, di venire a Recanati e visitare specialmente il palazzo.
D'altronde la cortesia e la mente dell'illustrissimo signor conte G. Leopardi — capo attuale della famiglia e nipote al poeta, come nato da Pier Francesco, il minore dei quattro figli superstiti di Monaldo e di Adelaide Antici — è tanta e così compiuta che solo facendone esperimento si può conoscere per intero. Io altro non ne dirò, nè dirò quale è la magnificenza del palazzo, in cui non saprei se sia maggiore il fasto dell'antica casa comitale Leoparda o il moderno e raffinato agio. Anche di quella famosa biblioteca, raccolta, come è noto, dal conte Monaldo e in cui si plasmò la mente dell'angelico suo figliuolo, non è con poche parole possibile dare un'idea. D'altronde moltissimi ne hanno scritto e specialmente nell'occasione del centenario. In quell'anno, poi, venne publicata in Recanati una guida[2], con molte e belle figure, che è specialmente una dichiarazione, semplice e oggettiva, di casa Leopardi. Autore ne è il signor Vincenzo Spezioli di Recanati, che appunto conobbi in casa Leopardi. Libro all'uopo migliore di questo io non saprei indicare.