Sopra la nostra testa, livido, verde, si disegnava il Catria: gli altri monti minori, già sorpassati, parevano come schiacciarsi e sprofondarsi. È il Catria in forma di un vero gibbo, come dice Dante, cioè di gobba: l'una è grandissima e l'altra molto minore, e fra le due si avvalla un'insenatura a forma di sella verso la quale tendeva quella specie di sentiero per cui noi salivamo. Pel gibbo verde vedevansi passare ondate biancastre a fremiti: era il vento che si insinuava tra le alte erbe. La nuvolaglia correva e spesso inghiottiva la cima del Catria; emergente a tratti fra lividori di sole nascente.

Ma quando passammo il ciglio di quella sella e ci si scoperse l'opposto versante, mancando l'appoggio del monte, il vento ci scompigliò: un mulo andò a gambe in aria: il Pasini rotolò miseramente, la qual cosa non era proprio nel suo programma: il giovane mulattiere perdette il cappello, e tenendo l'altra bestia restìa per la cavezza, s'era accoccolato e mi parea che invocasse qualche santo. Per mio conto, lo dico senza ostentazione, la scena parve divertentissima.

Ma la vecchia guida allora con molta prestezza e sangue freddo corse e raddrizzò il Pasini, fatto ludibrio indegno del vento, raccolse il cappello e avviò la sbandata spedizione finchè l'ebbe ridotta in una certa cavità alquanto difesa dai sassi e fra gli abeti. Quivi fu tenuto consiglio sul da farsi. La guida si disse pronta a condurci sino alla cima. Ma il Pasini rifiutò energicamente: voleva ritornare a casa in bicicletta lui, e non di volata. Per tal modo rinunciammo alla completa ascesa del Catria e fu invece stabilito di far colazione appena avessimo trovato un luogo più acconcio. Girammo a lungo per il selvaggio pianoro e ci adattammo come potemmo in mezzo ad un bosco, che luogo più riparato non v'era. Lì vennero sciolte le bisacce e si fece colazione senza che il vento portasse via pani e bottiglie. Pareva di essere sospesi nell'aria: nella navicella di un pallone. La guida, pur maciullando placidamente, si ostinava a farci vedere il Gran Sasso, e può darsi che fosse quella punta che sfumava azzurrina verso mezzodì; ma non ne posso far fede.

Erano le otto quando lasciammo il Catria dove la posizione diventava insostenibile sempre più. I somieri pel gran vento si rifiutavano di scendere, noi con le nostre scarpe da ciclisti rotolavamo poco graziosamente. Il Pasini se la pigliava con me perchè ridevo troppo! La guida avea un bel sorreggerci, un bell'offrirci fragole e nocciole fresche, ma fu un disastro quella discesa, e quando in fine dopo avere a precipizio girato molte insenature del monte, scorgemmo nella fonda valle i bastioni del convento, solo allora l'anima del compagno si consolò.

*

Giungemmo sul sagrato: l'immenso edificio, grande come un villaggio, era diroccato, squallido, deserto: percorremmo coi somieri molti bassi corridoi a sesto acuto senza incontrare anima viva: e mi si può credere quando dirò che i monaci sono tre, e uno era andato in quel dì alla Pergola. Finalmente spuntò una figura bianca. Io domandai una cella. Disse il monaco: — Ve ne sono cento: scelga lei. — In una trovai una specie di letto: chiusi la finestra e mi gettai sul giaciglio dove un sonno profondo si impadronì della mia anima e delle mie carni.

Dormivo da quattro ore quando il Pasini, l'implacabile sveglia, venne a bussare.

— Ho fatto preparare il pranzo per quattro: quando sei vestito vieni giù in refettorio.

Il refettorio era una grande stanza a volta con le tavole massicce di noce, con gli zoccoli di quercia alti e intarsiati; e sopra la porta, con doppia scalea, sporgeva il pulpito da cui dovea predicare funeree cose qualche ombra di monaco.

La cucina del convento avea cercato di far onore ai suoi ospiti, ma per me mangiai pochissimo e più che la stanchezza ne fu cagione la malinconia del luogo. L'urtare delle posate contro i piatti produceva strani echi; e parevano destare ombre bianche di monaci vagolanti. Pareva anche che dai finestroni cadesse un lividore di notte; e il tuono, ripercosso dal Catria, ogni tanto rombava.