Busse, anzi, Socrate non ne dava, come appare da quest’altro episodio.

Un giorno, Socrate tornava a casa insieme con gli amici, ed ecco venire incontro Santippe, che aveva fra mani il mantello di lui; e non appena lo vide, cominciò a dire:

«Eccolo, eccolo qua. E non è solo. Ha con sè tutta la compagnia, e anche quel suo bardasso di Fedone! È questo il momento buono per dirgli, ben alto e ben forte, quello che gli va detto: Di’, amorino, vieni tu ora dalle case di Aspasia, di Diotima, le svergognate femmine che maneggiarono più amori, che non lance Diomede? Ma alla moglie si consegnano gli stracci da rammendare! Ah, tu non rispondi?»

E con le unghie si accostò alle sporgenti pupille di Socrate.

Gli amici allora le dissero «vergogna», e colei inferocì e proferì le più laide parole che possano offendere la rispettabilità del nostro sesso.

Allora Alcibiade disse ridendo: «Socrate, la senti? Ecco il momento per darle una lezione a suon di busse».

Ma Socrate si rivolse agli amici e disse: «Sì, per far divertir la gente alle nostre spalle e sentir dire: To’ guarda Socrate! Guarda Santippe! Bravi tutti e due! sotto! dài! Oh, come si bastonano di gusto! Ma vi pare, amici, una cosa da farsi?»

Sembrerebbe anzi che fosse stata Santippe a picchiare.

Il silenzio filosofico del marito aveva la virtù di esasperare la buona donna sino al parossismo.

E Socrate, silenzioso. Silenzioso sì, ma meditante la fuga.