Un signore era diventato principe-consorte. Non che egli avesse sposato una principessa di sangue reale; ma soltanto una principessa della penna. La signora sdegnava nominarsi e firmarsi col nome del suo ignoto marito. Questi non poteva invocare l’intervento del signor sindaco; è evidente! ma in lui era così a dismisura cresciuto il terrore per l’arte, per la penna, per la gloria letteraria che se per caso doveva subire qualche presentazione di signora, domandava in antecedenza: «scusi, la signora scrive?»

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Da ciò avviene che qualche volta uomo e donna si dividano senza voltarsi indietro; ma ciò avviene più di rado del necessario, perchè la sagace natura ha provveduto in modo che le voci dei bimbi che dicono: «Babbo mamma, perchè ci abbandonate?» abbiano tali vibrazioni che il cuore umano difficilmente vi regge.

Creda, il signor sindaco: questa è la forza maggiore del suo codice!

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Come giunsi a questo punto delle mie piacevoli meditazioni, ecco che quello che sino allora mi era apparso quasi barbarico, mi si disegnò come cosa ideale: cioè la biografia della perfetta donna presso gli antichi Romani: Rimase in casa, filò la lana, parlò poco, visse casta.

E allora più ideale ancora l’educazione giapponese delle loro pulitissime donne! Dice, un marito giapponese alla sua piccola musmè:

«Nessuna cosa, piccola musmè, è più dannosa alla pace domestica della vostra loquacità; e il non sapere cuocere il riso a puntino, è un giusto motivo per ripudiarvi!»

E la piccola musmè risponde con le manine in croce e gli occhioni abbassati:

«Onorevole marito, sì! Le vostre parole sono tutte onorevoli verità, e le vostre azioni sono tutte onorevoli azioni!»