Si scoprivano di lassù i corsi degli astri; si vedevano le vie del mare. Allora essi scoprirono le vie della loro anima, ed una divina esaltazione li vinse. Rivaleggiarono con gli Dei immortali: crearono quelle multiformi opere che rimangono anche oggi come modelli, e non furono mai più superate in bellezza.

Questa piccola terra fu l’Ellade: quel piccolo popolo fu il popolo ellenico. La vita che esso visse si chiamò «giovinezza»!

Ma esso visse una breve vita; esso consumò, bruciò, — per così dire, — nel giro di qualche secolo l’ardore della sua vita, cinta di rose.

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Più tardi, gli uomini ripresero ancora il loro viaggio; buttarono via le rose, e si coronarono di una corona di spine, anzi inalberarono per loro emblema una croce da cui pendeva un povero morto, che si chiamava Cristo.

Questa, probabilmente, era la verità più vera e le spine erano più vere delle rose.

Senonchè un bel giorno gli uomini si accorsero con terrore di una spaventosa cosa: che essi in questo modo anticipavano sotto il sole il regno delle tenebre.

Da allora serbarono per Cristo un culto di semplice simpatia: rifecero la loro strada, avanzarono ancora nei secoli, poi si moltiplicarono, coprirono anzi la faccia del mondo, e fecero infinite scoperte e progressi.

Siccome faceva molto freddo, inventarono anche il riscaldamento a termosifone; e similmente per rinfrescarsi, d’estate, crearono il ghiaccio artificiale. Innumerevoli, incredibili si susseguirono le creazioni dell’uomo; le macchine per correre, le macchine per cucire, le macchine per volare, le macchine per votare, le macchine per ammazzare, le macchine per cantare. Scoprirono i microbi, il colletto inamidato, il positivismo, il socialismo, la burocrazia, i campanelli elettrici: ma non rividero più la loro giovinezza.

Un cittadino nord-americano dei nostri tempi potrebbe ben far risuonare il suo grosso riso paragonando, ad esempio, il suo Mississipì ai fiumicelli dell’Attica, così poveri di acque che nell’estate non arrivavano al mare. Ma che nomi! L’Illisso, il Cefiso! I monti dell’Attica avrebbero fatto contorcere di sprezzo le labbra altezzose di un alpinista teutonico, che trasporta, come niente fosse, le sue scarpe ferrate e le penne di gallo cedrone sino in vetta al Cervino.