Senonchè quei monti avevano meravigliosi nomi, meravigliose virtù: dal Parnaso cantavano le Muse: Muse titaniche e severe — non come le odierne Muse che sembrano una troupe di malsane dame viennesi. Esse, figlie della memoria e del vaticinio, cantavano, non per facilitare la digestione, ma canti non più uditi cantavano per accompagnare ed aiutare il cammino della vita.

Un altro monte si chiamava l’Imetto. Intorno ad esso era tutto uno sciame di api scintillanti d’oro, e ne sgorgava il miele, che si trasfuse poi nel linguaggio; il più volubile, scorrevole, lieve linguaggio che mai sia stato parlato, senza bisogno di domandare ogni tanto: «Come si dice, signor grammatico? mi è lecito adoperare questa parola, signor accademico?».

Un altro monte si chiamava il Pentelico; ma la sua pietra bianca e immortale si plasmava docilmente sotto la divina forza dell’uomo, in quelle statue di cui qualcuna, mùtila ed esule, sotto la vòlta di qualche cimitero o museo, ancora e come prigioniera rimane.

Non che io, contemplando queste statue, mi sia messo a piangere come fece Arrigo Heine davanti alla Venere di Milo. Arrigo Heine, poveretto, era paralitico, allora, e può aver pianto anche in considerazione della sua esistenza finita; ma certo un gran fremito vinse me pure: «Oh, destatevi nude carni, ridonateci la giovinezza meravigliosa!» sospirai.

Qualche monte abbastanza alto e gelido lo avevano pur anche gli Elleni; ma ci collocavano gli Dei.

Del resto era un povero e sterile paese l’Ellade, tanto che ai suoi abitanti, per mangiare, conveniva navigare e combattere. Mancavano i cereali. Però dalla roccia calcarea balzava il tralcio della vite e sorgeva impetuoso, con le sue pallide chiome, l’ulivo.

Il mare che penetrava fra le terre, teneva in vibrazione gli spiriti, come in una azzurra irrequietudine: tutt’all’intorno poi fiorivano le viole, colore della morte e profumo della pura giovinezza, tanto che un poeta, come vinto da quella ebrietà, cantava: «O, Atene, splendida, gloriosa città, incoronata di viole, celebrata, sostegno della Grecia, demoniaca».[1]

Questo popolo ellenico fu come la cicala[2] canora, come l’ape industre, che sono animali alati, asciutti, preziosi, irrequieti, diffonditori di armonie e di dolcezza: non fu come altri popoli, che hanno in loro qualcosa di pesante, di viscido, di adiposo, di strisciante, di tossico, da cui la mano delicata del filosofo rifugge. Questo popolo si affacciò in un mattino puro alla finestra della vita, e vide quelle cose della vita che hanno vero valore; e meravigliò non per le cose meccaniche, come noi meravigliamo, ma per le cose naturali, come fa la cortigiana Diotima quando dice: «Cosa divina è questa, e in creature mortali, cosa immortale: il concepire e il generare».

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A noi la conoscenza di questo popolo è venuta attraverso il martirio della scuola, attraverso un nembo di parole irte, pungenti, con cui i greci mai non avrebbero tormentato la loro giovinezza.