— Il rivestimento di cuoio per le navi si farà, e così si faranno le armi, e così si faranno le guerre in perpetuo, — rispose Meleto. — La nobile Atene ha, a venti chilometri a nord, gli idioti Beoti; a venti chilometri a sud, i taciturni Spartani, che dove passano una sola traccia lasciano; quella della loro mano insanguinata e brutale: tutt’attorno poi a nord, tutt’intorno a sud, dalla parte dove il sole si leva, e dalla parte dove il sole tramonta, crescono e montano le generazioni dei barbari che nessuna forza o dio distruggerà! Non vi date, dunque, pensiero, Anito, nè per la guerra, nè per le armi, nè pel rivestimento di cuoio. La nobile Atene dovrà guerreggiare in perpetuo se vorrà salvare la sua Minerva!
— Cosicchè voi, Meleto, — domandò Anito, — non condannereste Socrate nemmeno con il più dolce, con il più blando ostracismo?
— Io lo avrei, e da tempo, colpito di morte, — rispose Meleto con gravità solenne; — ma noi siamo in una città democratica!
Anito stupì e strinse calorosamente la mano a Meleto.
— Allora convenite con me che quell’uomo è pericoloso allo Stato. Ma se prima dicevate che urgenza di pericolo non c’era?
— No, buon Anito, urgenza di pericolo non esiste. Per la salute del mondo, mai gli asini col basto udranno la voce del Demone, mai gli uomini diventeranno kaloikagatoi, e sotto quest’aspetto il pericolo è insussistente. Ma ben è vero che gli Ateniesi sono già per loro natura troppo schernevoli, troppo mobili! Da troppo tempo hanno preso il mal vezzo di mettere, anche sul teatro, in burletta gli Dei! Mai codesto sarebbe tollerato in governo aristocratico! Perchè sappiate, o Anito, che per la salvezza di Atene e della terra, è sommamente necessario conservare intatto Giove, il Cesare del Cielo, con le sue gerarchie disciplinate: Briareo dalle cento braccia, Proteo dalle cento forme, Ercole con la clava enorme; i gran gendarmi di Giove! Imperio, ubbidienza e servitù. Ciò risponde alla configurazione della terra! Ma le democrazie sono instabili, fermentanti, tumultuose. Vanno alle estreme conseguenze della logica e della illogica; ed allora non è più possibile governare gli Stati. Ora quel vecchio pazzo che su tutto indaga, che su tutto discute, che insegna agli altri ad indagare e discutere; che crea il diritto e la sovranità dell’individuo, mentre non ci deve essere che un solo diritto, una sola sovranità, lo Stato, quel vecchio è l’essere deleterio e perniciosissimo alla salute della Repubblica.
— Allora Socrate, — disse Anito con istupore, — è secondo voi essenzialmente democratico! Io lo credevo aristocratico.... Però sappiate, o Meleto, che se è necessario salvare la patria, io per questa occasione posso diventare aristocratico!
Il grave capo di Meleto, l’arconte basileo, si chinò alquanto. — Confortatevi, Anito, — disse poi. — Forse Socrate è un aristocratico....
— Allora io avevo capito subito.... — disse Anito.
— Comunque sia, o aristocratico o democratico, — disse Meleto, — vano è ricercare. Una cosa è certa: Socrate è pestifero. Quella gioventù che indaga, dubita, discute, si affolla intorno a lui, è di mal seme! Atene, circondata come è da Spartani e Beoti, di una sola cosa ha bisogno, di una pesante spada di bronzo che cali con altrettanta brutalità come la spada spartana. Per parlare, uno solo basta, l’arconte. Gli altri basta che sappiano, con disciplinato silenzio, morire.