— Oh, ammirabile uomo! — esclamò Anito. — Ma è ben pericolosa la filosofia!

— Una malattia dello spirito, — sentenziò Meleto.

— Una malattia, — rincalzò Anito, — che non ha altro effetto pratico se non quello di rendere i nostri Ateniesi malcontenti, impertinenti, disubbidienti, poco rispettosi anche verso di me. Andrò io bene alle radici del male, Meleto!

— Sì, ma procedete, vi prego, con la legalità più scrupolosa. Siamo in città democratica, e per questo evitai io di prendere un’iniziativa qualsiasi. Ma poichè a voi così pare, fate. Badate però che la procedura non deve essere soggetta ad alcuna critica. Ricavate la sentenza sulle coordinate del Codice. Tutto sia — ripeto — perfettamente legale. Noi non vogliamo che una luce fosca sia gettata sui nostri costumi politici.

Così parlò Meleto ad Anito ed Anito a Meleto.

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E fu in conseguenza di questo colloquio fra Anito e Meleto, uno dei più interessanti colloqui storici che la politica ricordi ancorchè non si trovi registrato in alcun testo, che nell’anno primo della novantacinquesima Olimpiade, cioè l’anno 399, cioè quattro secoli prima ancora della passione di nostro Signore Gesù Cristo, gli Ateniesi lessero, — perchè tutti gli Ateniesi avevano l’istruzione obbligatoria, e quindi sapevano leggere, — affisso sotto il portico dell’Arconte Basileo, questa citazione, o libello, così concepito: «Socrate, figlio del fu Sofronisco e della fu Fenarete, ammogliato con prole, di professione scultore disoccupato, è accusato di perniciosissima propaganda contro lo Stato. Arrogi che egli non mostra il dovuto rispetto verso Giove, padre degli Dei e imperatore degli uomini, in quanto che insegna dottrine religiose contrarie alla religione dello Stato e alla democrazia, e perciò è di grave scandalo alla gioventù».

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Quel giorno Santippe aspettò proprio invano suo marito per l’ora del desinare.

IX. Oh, povera Santippe!