Non a pena Santippe venne a sapere che suo marito era stato messo in prigione, ne fu molto perturbata.
«Lo dicevo io che una volta o l’altra ci sarebbe capitato addosso qualcosa di serio! Eh, avessi io sposato un onesto trippaio! Suvvia, figliuoli, vestitevi con i peggiori abiti che avete (già di buoni non ne avete) e andiamo a metterci sulla porta per dove devono passare i giudici».
I signori giudici giurati passavano gravemente in lunga fila di cento giurati, tutti vestiti coi manti bianchi. Essi si recavano al dikasterio, che vuol dire la casa di Dike, quella tale vergine e troppo delicata Giustizia, la quale vedendo che non c’era modo di salvare il suo onore, tornò su ancora in cielo: e allora ci andò ad abitare al dikasterio una buona donna più accomodante, la quale non essendo niente affatto vergine, era corazzata contro gli oltraggi degli uomini, da ogni parte, con triplice cuoio, come le navi di Anito.
Ora Santippe all’angolo del dikasterio, faceva insieme coi figliuoli, gran corrotto, e tutti quei suoi capellacci rossi e quelle sue strida mettevano quasi paura, anche ai signori giurati.
— Meschini noi! — urlava. — Or che faremo noi, deserti del nostro uomo? Adess’adesso vengo su anch’io nel dikasterio, e ci mettiamo tutti noi, insieme con lui, a piangere!
Ma tutti i signori giurati erano di una gravità nera ed impressionante benchè vestiti di bianco.
Mostravano verso Santippe la palla bianca degli occhi e le palme delle mani ai due lati degli occhi come per dire: «È una cosa grave, grave, grave!»
E qualcuno pur le diceva: — Pare si tratti di un delitto contro lo Stato. Crimen lesae maiestatis!
— Proditionis insimulatus! — diceva un altro.
— L’arconte basileo, oimè, sostiene l’accusa! — diceva un terzo.