E Anito e Meleto uscirono dal dikasterio in quel dì con accigliato cipiglio squadrando i cento giurati, fra cui quarantasette (certo) erano quelli che giudicavano Socrate, non reo.
Tutta notte Meleto, al lume della lucerna, meditò nel nero cuore la sua requisitoria. E come spuntò il dì, la recitò, e rimbombò l’aula del dikasterio. Egli, l’arconte basileo, domandava la pena di morte, pro crimine impietatis!
— Ma perchè, signori giurati, — proseguì Meleto, — nulla la democrazia ateniese fece e farà mai contro la legge, prima che voi diate sentenza, a te, Socrate, spetta proporre di quale pena ti giudichi meritevole.
— In verità, Meleto, in verità, Anito, e tutti voi, signori di Atene, — cominciò allora Socrate, — io ben considerando di avere speso tutta la mia vita in pro’ vostro e di avere per questo trascurato gli interessi miei e quelli della mia famiglia, domanderei invece un premio. Ma sono vecchio oramai, ho settantacinque anni e perciò io mi restringo a chiedervi una tenue pensione; e quanto a voi, Meleto ed Anito, io chiedo la nomina nel Pritaneo, dove lo Stato onora e nutre i suoi cittadini più benemeriti.
(Noi oggi diremmo la nomina a membro del Senato.)
E fu allora che un clamore immenso si levò fra i giudici: — Quell’uomo schernisce la maestà della legge!
— No, membro del Pritaneo? — continuò Socrate. — Voi mi volete condannare ad ogni modo? Ebbene: io allora ubbidirò e pagherò una multa: tutto quello che io vi posso dare, vi darò, signori giudici!
E così dicendo, Socrate levò e presentò alta una moneta: un obolo!
(Noi diremmo: due centesimi.)
E fu così che quegli onesti bruti votarono la pena di morte a totale maggioranza.