Tutti quei cento bruti da molti giorni soffrivano di una cotale prurigine alla pelle, come se le parole di Socrate fossero state un’invisibile, un’impalpabile polvere vescicatoria.

— A morte! — gridarono i giudici.

— A morte, signori Ateniesi? — domandò allora Socrate senza mutar voce. — Ma ci potremo intendere benissimo, giacchè il Dio solo sa e conosce se la morte è un male od un bene.

*

E fu così che Socrate, per profumarsi col profumo della verità e più specialmente per non poter tacere, fu condannato a morte.

Avete ucciso, o Ateniesi, l’usignolo delle Muse, il savio vero, l’innocente, il miglior uomo che fosse tra voi.

E gli uomini giudicarono savio l’insensato, ma soltanto dopo che l’insensato era morto!

X. Santippe nella prigione di Socrate.

Vi sono nella vita certe cose meravigliose ed indomite che la ragione di un galantuomo non riesce a capire.

Io, per esempio, non capisco perchè Socrate non volle fuggire dal carcere quando quel giorno, che non era nè notte nè l’alba, venne l’amico Critone e gli disse: — Socrate, fuggi!