E quando fu sola con lui, gli si assise vicino sul letticciuolo, col bimbo, che tirava al babbo la barba con le sue dolci manine, e proseguì: — Ma se ieri l’altro, prima che arrivasse quella maledetta nave, Critone aveva combinato tutto, aveva pagato i carcerieri, era venuto a casa a dirmi di tenerci pronti! Io avevo messo da parte quei quattro stracci per poter scappare tutti insieme.... Io pensava: To’, non tutto il male vien per nuocere. Andremo a vivere a Megara, a Tebe; là, lontano dalle occasioni, senza più tutti quei suoi cattivi compagni che lo fanno parlare, chi sa che lui non badi di più alla sua famiglia. Così io pensava e chi sa anche che non gli entri in testa che il primo dovere di un uomo serio è quello di badare a sè ed alla sua famiglia.... Ma cosa ti saltò in mente, povero infelice, di rifiutare? Ma almeno parla, rispondi, ma di’! Se non lo vuoi fare per me, chè non mi vuoi bene, lo so!, fallo per questa creaturina qui, che è tuo sangue.... Non vedi come è pallidino, smorto? Ha un’anima anche lui, sai! Alza la testa.

E fu in quel punto, che già il giorno era ben chiaro, che entrarono gli amici di Socrate; e allora Santippe, come una lampada su cui è versato dell’olio, scoppiò in un gran pianto, e la realtà imminente della morte le si affacciò nel suo orrore.

— O Socrate, Socrate, — gridava fra i singhiozzi, — ecco l’ultima volta che io e i tuoi amici parleremo con te e tu con noi!

E allora Socrate infine parlò. Si rivolse specialmente a Critone e gli disse: — Suvvia, amici, conducete via quella donna e rimenatela a casa.

E allora avvenne una dolorosa scena perchè Santippe non voleva andar via, e ingiuriava e piangeva, lei e il bimbo. Ma finalmente fu trascinata a forza e spinta fuori e poi fu chiusa la porta.

E stavano gli amici in mortale silenzio, quando Socrate, che era seduto — come dicemmo — sul lettuccio, soffregandosi la gamba che era stata per quasi un mese stretta nel morso della bestiale catena, sorridendo disse: — Ecco qui, — e indicava il lividore delle carni piagate dalla catena, — io provo un grande piacere, mentre prima provavo un grande dolore. Sapete che è una gran cosa, una meravigliosa cosa quella del dolore e del piacere? Che cosa sono essi? Ci stavo appunto pensando quando entrò colei, anzi mi era venuto in mente di comporre una favola come quelle di Esopo, nella quale volevo dire quello che me ne pareva, cioè che il Piacere ed il Dolore sono così strettamente congiunti insieme, che quando l’uomo vuole prendere l’uno è costretto a prendere anche l’altro. Vi pare? E perciò imaginavo che Esopo componesse così la favola, che il Dio volendo far fare pace a questi due nemici inconciliabili, il Piacere ed il Dolore, e non potendo, li legò insieme. Ed è quello che è avvenuto a me. Nella gamba, prima, per effetto della catena vi era il dolore, adesso, tolta la catena, vi è il piacere. Bella la favola, è vero? Più bella del ragionamento. Ora ci vorrebbero i versi. Ma chi ne ha tempo?

Ora urgeva il tempo della morte.

Mentre così parlava, Santippe col figlioletto si era rincantucciata, disperata e piangente, in fondo a un corridoio della prigione.

*

Che peccato che Sofocle, il vecchio immortale, che fu trascinato anche lui dai figli davanti ai giudici perchè pe’ suoi sogni negligeva gli affari di casa, che peccato — dico — che egli fosse morto da qualche anno! Se fosse stato in vita allora, avrebbe scritto su la povera Santippe una nuova tragedia, più potente assai delle molte che scrisse su gli eroi e sugli Dei.