— Ma che scandalo?...
— Ha disprezzato la legge della città! Ma sapete voi cos’è la legge? La legge è quella cosa......
— Che la fa chi può, e la mangia chi deve, — disse Santippe.
— Vi compatisco che non sapete quel che vi dite. E l’avere offeso Giove Olimpio che è il padre degli dei e degli uomini, vi par poco?
— Eh, che non ci credete più neppur voi a Giove Olimpio, buffoni!
E a quell’invettiva il bambinello che aveva, coi grandi occhi attoniti, sull’alto della spalla di Santippe, assistito a quella scena al lume delle lanterne che ingiallivano già, per l’alba nascente, scoppiò in pianto dirotto.
— Sta buono, cocco di mamma tua, sta buono; ora andiamo dal babbo. Vuoi vedere il babbo? Sì? Ora lo andiamo a vedere. Ma non piangere.
E salì dietro gli Undici, i quali erano molto seriamente occupati a levare le catene a Socrate.
Ora appena fu entrata: — Socrate, Socrate, Socrate, — esclamò Santippe — ma dunque è vero? Ma perchè ti sei difeso così male? Anche Pericle si è messo a piangere davanti ai giurati, e tu perchè non l’hai fatto? Perchè non hai gridato «è Anito che mi odia»? E adesso come si fa? E per gli affari chi ci pensa? E come si rimedia a quell’ipoteca che ci mangia tutta la casa? Ah, vedi, che guadagno ci hai fatto con quella tua idea fissa del kaloì kagathoì!
Intanto gli Undici avevano tolto la catena e se ne erano andati, lasciando Santippe, giacchè le antiche leggi ateniesi non erano così formaliste come le nostre, in quanto che non era stata ancora ben perfezionata la burocrazia.