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E Santippe se ne andò peregrinando coi figliuoli nella Focide dove era il santuario di Apolline in Delfo. Ma il dio, che, in mancanza d’altri, ella voleva interrogare, non c’era, in fatti, come affermava quel letterato. Aveva emigrato per sempre; e Santippe non trovò che una scritta, un ben curioso geroglifico, inciso su di un macigno enorme.

E il povero Socrate aveva camminato con quel macigno enorme sulle spalle nel cammino della sua vita; ed era stato schiacciato. E dopo Socrate verrà Cristo e rimarrà schiacciato, ed altri verranno nei secoli, attratti dal fascino del divino enigma che era scolpito profondamente su quel macigno, e conteneva queste tre parole: conosci te stesso! E rimarranno schiacciati!

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Ora è ben più triste la casa di Socrate: nemmeno più le strida di Santippe! Ella fa andare sul tagliere il setaccio per cuocere sul testo una focaccia, una crescia, un pulmento qualsiasi.

Come nei tristi silenziosi tramonti invernali il raggio del sole balena su le pareti scialbe; dispare, riappare con un ultimo guizzo sanguigno; poi incombono le tenebre fredde violacee; così l’imagine di lui, di Socrate, si sofferma ancora nella povera casa, balena, scompare.

Fra il ciarpame, in un angolo, stanno vecchie masserizie, che paiono avere quasi l’anima infranta; v’è anche una povera cuna. Quivi giacquero i figli di Socrate. Ed al mattino, quando il sole indorava la stanza, il sole scopriva i cari volti infantili: la dolce primavera, il cinguettìo dal nido ridesto al tepore del sole: «Ba.... ba.... babbo, pappas!» Salutavano gioiosamente lui che li aveva chiamati, non richiedenti, alla faticosa vita: — Pappas! Pappas, file pappas, bel papà!

Ma tu non le udisti le care voci, o Socrate, tu col tuo cupo demone nel cuore che ti spingeva a cercare che cosa ci fosse nell’intima natura di ogni cosa: ti en écaston! Va, va a ricercare ti en écaston, chè non lo saprai mai e quando l’avrai saputo, le cose saranno come prima.

— Se vi salta in mente di andar dietro all’Andreia (valore), all’Aretè (virtù), alla Sofrosine (sapienza), all’Encratia, al Ti en écaston, — dice Santippe ai figliuoli, — vi sbatto questo setaccio sulla testa e ve ne faccio una berretta.

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