Eritreo, oltre ai codici, aveva alcuni fidi discepoli che studiavano sui codici ed erano come nascosti dietro i codici.

Un sorriso acido increspò le labbra di Eritreo all’esclamazione di Santippe e tutti i suoi discepoli sorrisero a quel modo, acidamente.

— Ah, ah, — disse Eritreo, — la sentite, bennati giovani, codesta donna? Anche lei ripete, come taluni, che Socrate primus deduxit philòsophiam de cœlo in terram!

— Ah! — esclamarono i discepoli.

Deduxit nèbulas, — disse Eritreo. — Ci portò delle fantasticherie! Buon uomo, che diceva di sentire un dio ignoto parlare.... Lo sentite voi?

— Mai sentito! mai visto! — risposero premurosamente i bennati giovani, i quali, come Eritreo, avevano l’occhio lucido soltanto per le superficie non per gli abissi profondi.

— E quale cosa — disse gravemente Eritreo, rivolto a Santippe — più contraria alla vera saggezza, al vero positivismo che volere gli uomini diversi da quello che sono? E quale cosa più ingenua che vivere la propria filosofia? Si professa, non si vive una filosofia.

Le vampe salgono alle gote di Santippe.

Dice quasi singhiozzando: — Ma se l’ha proclamato l’Apollo in Delfo....

— E dov’è, buona donna, l’Apollo Delfico? Chi l’ha visto mai? Povero Socrate, in materia di religione egli è morto da ieri, ma ci pare già un antenato, uno dei tempi semplici del buon Solone. Un disgraziato che andava soggetto ad esaltazioni ed allucinazioni liriche! Verum enim vero, quando quidem, dubio procul, edepol, meus deus fidius, quand’anche fosse che vostro marito sia stato un valentissimo uomo, io sono desolatissimo, ma io prego di lasciarmi in pace, e di non compromettermi. Quel vostro marmocchio più piccolo già mi ha quasi sgualcito un codice.