— Caro amico — fece il dottore a me con quella nobile e pietosa calma che distingue i seguaci di Esculapio quando v'è urgenza del loro soccorso — favorite in cerca di una vettura, qualcuna ve ne deve ancor essere di stazione nello spiazzale dello Stabilimento.

Partii di corsa.

Dieci minuti dopo li raggiunsi con una vettura da piazza.

— Come va?

— Meglio — rispose per lui il dottore; — ora si è un po' liberato e ne scorgete le tracce anche sulla mia persona.

Il povero marchese, allibito, livido, gli occhi sbarrati, gli abiti sordidi, stupefatto a quell'uragano che gli era scoppiato nel ventre, avrebbe eccitato le più allegre risate se la pietà lo avesse permesso. Nei momenti di tregua, fra uno spasimo e l'altro, ripeteva comicamente, interrompendosi ad ogni nuovo dolore:

— Io sono mortificatissimo: eravamo tutti a cena allegramente dal nostro buon amico, mister Douglas, l'americano: si era mangiata la zuppa, un'eccellente zuppa di gamberetti alla nuovajorkese, specialità del suo cuoco, quando.... tutto ad un tratto.... Allora, per non disturbare gli amici, mi sono assentato.... con un pretesto.... Chi non avrebbe fatto così? Grazie a Dio, nessuno se n'è accorto. Ma chi poteva supporre un disastro, una cosa simile? Un ciclone ha preso dimora nel mio ventre.

E a me poi diceva:

— Come esprimervi, caro amico, tutta intera la mia gratitudine? e a questo degno gentiluomo di medico? Se la provvidenza non vi avesse messi sui miei passi, io sarei rimasto in mezzo alla strada. In piedi non mi ci reggo più! È deplorevole!

Evidentemente faceva sforzi erculei per sembrare superiore al male: ma questo, come onda forte, lo spingeva, quasi fuori di sè, verso la scogliera del dolore.