Noi ci arrestammo.
Dopo qualche minuto lo vedemmo riapparire: attraversò, barcollando, il giardino, varcò il cancello, uscì sulla strada dove eravamo noi, barcollando pur tuttavia come persona ferita, che cerca ove posare. Ad un certo punto, mentre noi meravigliati osservavamo la nuova scena, non resse più e cadde di botto. Allora accorremmo.
Rantolava pietosamente.
Al tatto, sentimmo dal suo viso grondare un sudore gelato.
— Marchese — dissi io — che ha? sta male? è ferito?
Aperse gli occhi al richiamo, mi ravvisò, sorrise bonariamente:
— Oh, lei, caro? no ferito, ma mi sento male, molto male. Come? Non lo so. Questo è il bello.
Lo sollevammo da terra reggendolo per le ascelle, il che ci riuscì assai facile essendo noi due di aitante statura ed egli assai piccino ed esile.
In questa grottesca posizione io presentai al marchese il dottore.
— Onoratissimo, caro signore, e.... e.... molto a proposito, molto a proposito — fece il marchese piegandosi, per fare un inchino, sullo sparato bianco; ma in quel punto gli spasimi cominciarono atroci.