«Dico forse delle sciocchezze?» — si domandò mentalmente il comm. Fabrizi, ed avutane dalla coscienza risposta negativa assolutamente, replicò: — Vedono dunque, signori miei...»

Ch'el scusa! — interruppe il maggior narratore con un tono tale di voce che significava che solo la barba e l'aspetto grave del personaggio lo inducevano ad espressione cortese — ma quando il fittavolo è andato a dire che è stato lui, quando tutti i giornali stampano il suo nome, chi lo garantisce dalla vendetta degli altri lôcch? Quelli del tribunale forse? Non sa lei che è tutta una rete? Il colpo al fittavolo è andato bene, salvo è salvo; conosciuto non è stato conosciuto da nessuno perchè era notte; vendicato, s'è vendicato perchè l'altro è morto. Se la sbrighi la giustizia a cercare l'autore del delitto! È ben pagata per questo! Ma lui non si farà mai vivo, glielo garantisco io: la pelle preme a tutti!

Il comm. Fabrizi a questo terribile ragionamento non ebbe la forza di replicare: si sentì avvilito, molto avvilito nella sua dignità di magistrato, cosa che in trenta anni del nobile ufficio mai gli era avvenuto anche davanti alle orride bestemmie dei condannati all'ergastolo. Anche l'immagine di Temi, effigiata nel gesso, era afflitta.

E avvertendo nella tasca del pastrano un involto che gli dava peso e deformava la linea, lo estrasse e disse al barbiere:

— Passerò a riprenderlo, ella intanto me lo tiene in custodia.

Era il codice delle leggi!

***

Quando il Commendatore uscì da quella bottega e si avviò al recapito che la amorosa creatura gli aveva dato, era quasi mezzogiorno: le funzioni della chiesa dovevano essere terminate.

Via X, N. 26, piano III, uscio secondo.

L'indicazione era facile: il salirvi era difficile. Perchè?