— Me lo sarei fatto prestare....

— Sì, ma il pardessous, mio caro, tu che soffri di bronchi...!

La figura della signora, come potevo giudicare guardandola di sottecchi, apparteneva al solito tipo fisso delle donne professionalmente eleganti, ma di qualità superiore: solito ombrello aghiforme, borsellino oblungo che occupava tutta l'attività di una mano; solita gonna disegnante e rilevante con arte procace le sinuosità della vita, indi le conseguenti sottoposte protuberanze; solito spazza-strade di merletti multicolori, meritevole o di un premio o di un attestato di benemerenza da parte dell'edile cittadino, deputato alla pulizia stradale. Ma se questi luoghi comuni del vestire potevano sembrare volgarucci di soverchio oramai, cioè quali si incontrano in ogni figlia di portinaia, essi erano compensati da una notevole signorilità e leggiadria di forme non comune, le quali se dalla moda ricevevano alcun manifesto risalto, avevano tuttavia nella natura il loro sostanziale fondamento. Inoltre la legge uguale della moda aveva alcun particolare suggello in lei, di lei e della sua feminilità. Io voglio dire che la dama in questione nell'armonia delle tinte, nella ricca compitezza de' particolari, nella sobrietà delle audacie aveva raggiunto quella linea difficilissima e costosissima che costituisce il sommo buon gusto, differenzia la donna elegante dalla donna galante, la donna della buona società dalla donna da ventura.

Il volto pallido, dalle linee belle e forti, apparteneva a quello stadio fisiologico della seconda gioventù che è sconosciuta alle donne del buon popolo lavoratore; laddove è frequentissimo nelle signore di razza: comincia dopo i trent'anni e si protrae spesso sin oltre i quaranta e in alcuni organismi privilegiati sino verso i cinquanta, con una ben singolare stabilità che non permette assolutamente di domandare: «Signora, quanti anni avete?»

Fui dunque costretto a formulare questo giudizio sintetico: «Moglie bella, giovane, premurosa, elegante.» Ma dopo questo primo giudizio mi si presentò naturale la domanda: «Dove la è andata a pescare?» La supposizione più semplice e conforme al vero fu la seguente: «Quando il prof. Gaudenzi a quattordici anni era mio compagno di scuola, non aveva altro capitale che la cupa e disperata tenacia di essere il primo a costo di imparare a memoria tutti i logaritmi, tutti i verbi greci irregolari. Ad una certa età egli deve aver avuto la fine accortezza di mettere in batteria scoperta tutte le sue qualità di savio e grande uomo in via di sviluppo, e così ha trovato moglie.»

Osserva, benevolo lettore: molti uomini che dettano legge nella vita degli altri uomini hanno il lor fondamento in una donna-capitale, in una donna-coupon, in una donna-pozzo di S. Patrizio da cui attingere. No! non è possibile dettare legge agli altri uomini se le miserabili, inconfessabili necessità della vita giornaliera non sono ampiamente garantite!

Io stavo così fra me e me pensando e costruendo tali supposizioni quando l'egregio uomo ebbe la cortese idea di farmi conoscere più compiutamente l'estensione della sua felicità.

Essendo la sala presso che deserta, il prof. Gaudenzi si avvicinò a me: — E vieni — mi disse — che ti presento alla mia signora.

Mi alzai, fu fatta la presentazione, furono scambiate le parole d'uso.

Sulla porta della biblioteca mi attendeva una nuova sorpresa: tre bambini graduati in iscala d'organo ma di una medesima candidezza e lucidezza, sotto la sorveglianza di una governante che si avvistava a distanza di nazione svizzera e di così compiuta goffagine che pareva scelta ad arte per far risaltare la signora. I tre bambini salutarono l'illustre uomo con l'appellativo soave di Papà! — Furono tre squilli argentini di vario tuono che illuminarono il volto del prof. Gaudenzi di una espressione molto affine al sorriso propriamente detto.