Puro il mattino, soli nel treno: il treno correva con non so quale festività leggiera.

E Puccìn incominciò: cominciò una serie di domande complicate, difficili, insistenti, strane, alcuna volta paurosamente profonde e senza possibilità di risposta.

Tutti i bimbi quando nel fenomeno luminoso cominciano a distinguere il sole, le piante, gli animali, fanno di simili paurose domande: paurose perchè pare che un'immane anima filosofica si desti in sì gracile corpo!

Una sola domanda non venne, questa: «Perchè, caro padre e cara madre, mi avete messa al mondo? ci avete pensato razionalmente, signori genitori?»

Ma questa dimanda non venne; e quando Almerigo Crosio comperò una bella ciambella, fresca, dove Puccìn immergeva i suoi dentini e il corallo delle gengive, pareva ella dire: «Ottimo padre mio, io sto benissimo in questo mondo e questa ciambella è squisita. Non vi date pensiero di me: batterò la mia strada come tutte le donne, nè più nè meno!»

***

Puccìn — come giunse a casa — fu accolta con grandi segni di giubilo dalla mamma e dai fratelli.

Ma ella non ne parve eccessivamente turbata e commossa. In fin de' conti ciò le era dovuto nè ella voleva accettare come grazia ciò che era suo diritto. Caso mai, era in credito di tre anni.

Ai suoi signori fratelli fece poi sin dalle prime mattine comprendere che ella, come era disposta ad osservare i suoi doveri, così intendeva salvaguardare i suoi diritti e che, secondo i nuovi principi di uguaglianza, la parte di Cenerentola non la voleva sostenere: laonde divisione in tre parti uguali del caffè e latte!

Avrebbe fatto il possibile per dare il minor disturbo nella casa: e in fatti in un angolo, presso una seggiolina, Puccìn badava silenziosamente alla sua bambola miserabile e spelata.