Allora le mani di Almerigo Crosio si allentarono. Lasciò Puccìn.
Puccìn tornò a palpare i cuscini instabili.
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E Almerigo Crosio s'avvide che lo sigaro che stava fumando era pessimo, anzi molto pessimo, perchè lo faceva stranamente lagrimare.
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Ma no! Puccìn mostrava di avere una fiducia illimitata in quell'incognito che gli era stato presentato sotto il nome autorevolissimo di padre: fiducia piena di grazia e di purità: da lui, da lei venuta fuori quella purità mirabile: da lui, da lei, sui quali la vita, la necessità del lucro, del lusso, delle convenienze sociali e via e via, aveano — come tossine de' microbi patogeni — distillato il veleno terribile dell'insensibilità. Sclerosi dell'Anima!
Eppure quella purità era nata, ed era fatta carne, voce, splendore di rosee carni, di umide pupille, lì presso di lui! O mirabile potenza ignota che così tutto rinnova e così dispone le vere leggi della Vita!
Almerigo Crosio prese presso di sè Puccìn, se la ricoverò fra le braccia e la baciò a lungo, a lungo, e ripetutamente, provando come un refrigerio delizioso nel contatto di quelle fresche carni che pareano come un riflesso di una freschezza interiore.
Così il viandante arso dalla caldura, roso dalla polvere, fatto bruto dalla fatica, guarda le chiare acque sorgive e sente la voluttà di sommergervisi.
La riguardò a lungo, e da quel volto venivano fuori delle reminiscenze di sè; anni molto lontani, quando egli, Crosio, sedeva in grembo della madre sua!