E dopo che eravamo andati alquanto in silenzio, io chiesi:

— Quali induzioni voi ricavate, amico, da questa fuga repentina? un risveglio della sua dignità d'uomo e di gentiluomo? o una fuga per isfuggire la presenza d'un testimonio della propria vergogna?

— L'ora per le induzioni — rispose il dottore — non è la più adatta, amico; fra poco sarà giorno. D'altronde accontentiamoci di soccorrere i mali degli altri, come abbiamo fatto questa notte, ma non di più; non condividiamo la sventura altrui benchè si dica ogni giorno questa trita frase: «io partecipo alla vostra sventura.» Fra le altre cose non è pratico: trasmettiamo a noi l'infezione terribile della sventura senza liberare l'infermo. Credete a me!

— Eppure — replicai io — Platone e Socrate prima di Cristo dissero e scrissero: «bisogna dare altrui parte delle proprie gravezze.»

— Visionari, mio caro, non tanto Socrate e Platone e Cristo quanto voi. Essi avevano un gran tempo da perdere e davanti una vita eterna, o almeno erano convinti di averne, il che fa lo stesso. Quindi potevano sacrificare in oziose ricerche questa vita reale per l'acquisto dell'altra vita ideale. Noi no, assolutamente. Noi abbiamo i nostri affari, limitati a breve scadenza di tempo. E poi a quest'ora in cui le cellule del cervello dovrebbero riposare, è terribile cosa affaticarsi intorno a queste vane questioni. Più tosto affrettate il passo giacchè il letto quando il sole si alza non è ospite così benigno come quando il sole tramonta.

Il cielo infatti schiudeva la sua palpebra grande in oriente, sul mare, e una luce gialla era sospesa nell'aria. Andavamo lunghesso il viale. In fondo il mare era d'una bianchezza lattiginosa. Le betulle e i tamarischi erano ancora addormentati chè il fremito dell'alba non li aveva destati ancora.

Il nostro passo suonava chiaro in quel silenzio, lungo la minuta ghiaia del viale che conduce al mare, quando un suono stridulo e pazzo ci percosse, e da presso: e quasi nel tempo medesimo apparve un gruppo di gente, e avanti al gruppo, il rosso, il magnifico rosso dell'abito serico di lei, il marito di Clodio: una gran macchia di porpora in quel giallo sbiadito dell'alba, un gran scroscio di risa e canti impuri in quel silenzio, quasi raccolto e sacro dell'alba.

Il marito di Clodio avanzava su tutti per conto suo con le preziose penne del cappello a sghimbescio, con le mani si teneva su le grevi trine delle gonne, e sollevandole a modo delle cantatrici, avanzava cantando la sconcia canzone:

Ciribibì, che bel piedin!

Il gruppo che seguiva non pareva partecipare a quel canto orgiastico.