Fui preso, percosso, costretto al mio banco. Mi vennero meno le forze. Piansi.

Dopo mezz'ora i dolci erano scomparsi. Una orgia famelica! la scatola, fatta a pezzi, mi percosse ripetutamente sulla schiena e sulla testa.

Feci rapporto al prefetto, il quale mi disse:

«Ella sa bene che dolci in collegio non se ne possono portare. Dunque il primo colpevole è proprio lei! In secondo luogo io le osservo che se i compagni hanno fatto male a portar via i suoi dolci, lei pure ha fatto male a volere egoisticamente tenerli tutti per sè. In fine non dimentichi che lei, qui, ha il posto gratuito, e perciò il pane che mangia è tolto in parte dalla pensione di quelli che pagano la retta intera!»

— Povero piccino! — fece allora Regina — come se lei fosse stata una mamma, e lui il giovanetto pauroso d'allora: e gli prese la mano.

Leo sentì la carezza di quelle due parole, e crollò le spalle come per buttar via la commozione che l'aveva vinto nel raccontare.

***

Nel prolisso racconto si erano dilungati in luogo solitario, sotto i tigli dove sul vespero vanno a spasso gli innamorati.

Il vento era calato; e le chiome dei tigli riposavano nella dolcezza della notte primaverile.

E Leo fu sorpreso di trovarsi solo a quell'ora tarda con quella donna presso di lui, che gli camminava a canto assai dolcemente, senza interrogare: con quella parola materna, soave come un balsamo sopra una ferita, con quella mano che fasciava di morbidezza pietosa la sua rozza mano: «Povero piccino!»