— È la mia! — gridai, e molte braccia mi trattennero.

La voce seguitò imperterrita e sarcastica:

— Noi potremmo, a norma degli statuti che ci reggono, punire con la suprema pena dell'interdetto, come insegna la storia magistra vitæ, l'audace ribelle, il prepotente soggetto, detentore e occultatore di cose appartenenti alla proprietà comune.... Vero, signori?

— Sì, interdetto! — si alzò un coro di voci.

— Un momento, signori! Ma considerando la bontà eccezionale dei dolci e d'altronde volendo dare saggio della nostra magnanimità, così non terremo conto della grave ingiuria: summa iniuria! Unica pena sarà il non partecipare al dolcissimo banchetto, epulæ suavissimæ, che ora sta per incominciare; tanto più gradito in quanto che inaspettato. Alla guardia!

«Alla guardia!» era l'ordine dato a coloro che dovevano spiare se il censore o il rettore a caso passassero.

La scatola fu rovesciata sul biliardo, posto in mezzo alla camerata.

Un grido selvaggio di gioia accompagnò il cadere dei preziosi canditi.

— È mio, me li portò mio padre! — singhiozzai e feci per lanciarmi.

— Tacete Corame, figlio di Sutor o di Crispinus che dir si voglia! — tuonò ancora la voce — Voi non avete diritto di parlare!