Le rondini squillavano festose sotto la gronda.

Egli si destò: sorrise dei suoi fantasmi, si placò nella sua passione: il sogno doloroso cedeva alla realtà ed alla ragione. Tuttavia la scatola dei dolci rimaneva ed egli disse: «Povera ragazza! questo è stato un pensiero gentile. Bisognerà andare per ringraziarla!»

E disse queste parole forte quasi per persuadersi al suono delle parole che l'animo non diceva di più. Ma in verità, l'anima di Leo voleva dire di più.

E Leo andò in casa di Regina. Se non che quando la signora di casa gli aperse, egli si avvide che era troppo presto per una visita, e ne ebbe pentimento e voleva ritornare. Ma gli fu risposto che a quell'ora Regina era sempre levata.

Egli si sentiva assai turbato, assai impicciato. Le semplici parole: «Il suo pensiero è stato molto gentile ed io vengo adesso per dirle grazie» gli parevano poche. Bisognava dire qualche altra cosa. Anche il farsi rivedere da lei lo turbava.

Ma lo tolse dall'impaccio Regina che gli venne ella stessa in contro festosamente così come era.

— Così come sono, in un déshabillé poco adatto per ricevere dei professori di Università — e così gaiamente lo presentò alla sua padrona di casa e gli fece strada nella sua stanzetta.

— Ha trovato buoni quei confetti? Non li ha assaggiati? Ingrato! Io, uno ne mettevo nella cassettina, uno ne assaggiavo. Adesso perchè è uomo non è più goloso come una volta? Peccato: un piacere di meno! Ma badi a me, non stia a girar gli occhi per la stanza. Quello che c'è di meglio sono io, guardi me, invece di guardare la penna d'airone, quella che fa venire il mal di mare alle persone per bene.

E Leo guardò Regina: La guardò negli occhi buoni, nella fronte serena.

— Povera ragazza! — disse in fine Leo.