Sulla riva si erano arrestati.

I più audaci e i più giovinetti quasi si specchiavano nell'onda e facevano festa e richiamo ai barchetti quando approdavano dal largo.

In quei mesi dell'estate due o tre bottegucce si riforniscono di olio, di salumi, di paste.

Persino un barbiere vi pianta la insegna e affila i rasoi. I villani del contado vi smerciano galletti, uova, frutta, verdura, latte con grande festività di grida e di richiami.

Umile è il luogo, ma lieto e vario il costume, come quello di cenare all'aperto. Quando viene la sera, le tavole sono imbandite davanti alle capanne: si accendono i lumi da giardino, si ricambiano, di capanna in capanna, saluti e parole gioconde.

Nadina aveva avuto notizia di tale angolo riposto in una descrizione di un giornaletto letterario, la quale descrizione portava questo titolo strano: «Il paradiso dei bimbi». Si informò se quella per avventura non fosse stata un'invenzione di poeta. No! era cosa vera! Trovò il nome su di una carta geografica, e un orario di ferrovia indicò come vi si potesse arrivare.

Propose il luogo alla mamma, e vi trasportarono in sul finire del luglio i Penati sotto forma di numerose valigie.

L'economia del luogo avrebbe compensato la spesa del lungo viaggio.

Nadina prese in affitto una capannetta come tutte le altre: muri imbiancati di fresco, la porta che quando è aperta fa da finestra, tre camerette e la cucina. Un pergolato di campanelle, arrampicanti sulle cannucce intrecciate a losanghe, ride davanti la porta e veste quella umiltà.

Come risero di gioia in quel giorno dell'arrivo i fratelli di Nadina quando seppero che quel sole, quel mare, quella spiaggia era loro proprietà: la proprietà del buon Dio! come si sbandarono per le dune del mare a bere il sole!