Nadina non rispose: non avrebbe mai voluto arrivare au Gymnase, e invece il trotto dei cavalli quella sera era più rapido che mai. Dai tigli dei boulevards vaporava un caldo profumo di primavera.
I suoi pennelli, la sua arte! Oh, miseria delle miserie! quando avrebbe ella mai guadagnato altrettanto, pur lavorando tutta la vita? quando un raggio di gloria avrebbe cinto la sua fronte come quella che splendeva intorno al nome di Cleo de Merode?
Oh, miseria delle miserie!
Entrarono in un palchetto di primo ordine.
Bastò un'occhiata a Nadina per comprendere il luogo dove era piombata: Mrs. Evelyne stessa parve a disagio e sfuggiva l'occhio della fanciulla che nettamente la interrogava: «Signora, perchè avete voluto condurmi qui?»
Evidentemente quell'«io so» era stato pronunciato con troppa fretta; e quella platea splendente, zeppa, magnifica di cortigiane autentiche, osservate nella libera manifestazione dell'arte propria e in casa propria per giunta, offendevano il decoro anglo-sassone di Mrs. Evelyne: il color di carota del suo volto assunse una tinta pavonazza: soffocava di bile.
Non di bile, ma di ultime fiamme si accese invece il volto di Nadina; e per il pudore di parer pudica tra quella impudicizia trionfale che la serrava da ogni lato, teneva gli occhi sul programma dello spettacolo, quando uno scoppio di applausi, spontaneo, fragoroso, unanime le fece levar la fronte.
Una prima cantatrice era apparsa, poi una seconda, poi un'altra ancora.
E allora un fatto strano si compì in Nadina.
Quell'applauso solenne, interminabile, da fare invidia alla persona più grande della terra, quel bianco scintillare di nudità e di brillanti, il raccoglimento religioso di quella folla parvero a Nadina come la celebrazione di un rito: anzi del grande antico rito. Quello che prima era sembrato mancanza di rispetto a se stessa, diventò quasi omaggio reso a se stessa.